Suazo: "Cagliari è la mia terra. Che dispiacere nel 2011, ma ringrazio Cellino. Mi rivedo in Ibarbo"
La sua commozione è arrivata in Sardegna grazie al web, ma non c'era bisogno delle immagini per conoscere l'attaccamento di Davìd Suazo alla maglia del Cagliari. L'unica, oltre a quella della Nazionale dell'Honduras, che ha voluto al suo fianco al momento di rendere noto il suo addio al calcio. Subito dopo la notizia, arrivata a tarda sera, sono affiorati i ricordi, i suoi e di coloro i quali si sono entusiasmati durante gli anni in rossoblù di Re David.
Emozioni regalate in grande quantità, prendendosi in cambio l'affetto di una terra che ha deciso di non abbandonare. “Ho dato l'addio in Honduras perché da lì sono partito - racconta Suazo in un'intervista rilasciata ad Alberto Masu per L'Unione Sarda - lì ci sono le mie radici. Ma qui ho gli affetti più importanti: mia moglie, i miei figli. Sono partito con una valigia carica di sogni (era l'estate del 1999 quando sbarcò ad Assemini ndr) che qui sono diventati realtà. Era giusto dire basta al calcio là, ma questa è casa mia”.
Troppi gli infortuni che lo hanno colpito dal 2008 in poi, ma la magia forse si era interrotta qualche mese prima, al momento di lasciare l'Isola per il sogno interista. “Ho iniziato a pensare di smettere dopo l'infortunio a Lisbona. Dopo l'intervento mi rendevo conto che non riuscivo a tornare quello di prima. E lo scorso anno a Catania ho messo insieme appena 5 presenze. Lì mi sono chiesto se fosse davvero il caso di continuare a lottare contro la corrente”.
I ricordi tornano indietro all'arrivo in Sardegna. Suazo arrivò in una squadra con qualche senatore reduce dalla spettacolare salvezza con Ventura, ma con troppe scommesse (tra cui Suazo) per poter ottenere la salvezza. Fu mesta retrocessione in Serie B, dove David esplose. “Sbarcai a Elmas carico di speranze - racconta - in una squadra con stranieri di alto livello, mentre io ero solo un ragazzino. Il Cagliari ha creduto in me più di quanto ci credessi io stesso. Subito 30 giorni in ritiro a correre. Un'assurdità. Per fortuna trovai Tabarez, che mi aiutò agli inizi. Mentre con Ulivieri ebbi qualche difficoltà”.
Lui, secondo solo a Gigi Riva nella classifica dei cannonieri rossoblù, con Rombo di Tuono ha in comune la prima impressione avuta al momento dello sbarco in Sardegna. Cagliari, approcciata come punto di passaggio e rampa di lancio, è diventata patria adottiva per entrambi. “Quando arrivai a Cagliari pensai che ci sarei rimasto i 5 anni di contrattoe poi sarei andato via. Invece sono andato avanti, ho capito che potevo giocare ad alti livelli. Nel 2006 mi voleva il Siviglia - dice - alla fine decisi di restare, mi sentivo in dovere di fare un altro anno".
Nel 2007 l'approdo all'Inter. Prima partita da ex, al Sant'Elia, e gol nel giorno dell'esordio di Mario Balotelli. “All'inizio sentii qualche fischio, ma poi prevalse l'affetto della gente. E per un giocatore sono queste le cose che restano dentro. All'Inter fu un'esperienza importante. Mi volle Mancini a tutti i costi. Mourinho, invece, non mi prese in considerazione perché non ero una sua scelta. Però mi ha trattato da professionista - dice - Lui è un vincente, uno che si pone degli obiettivi e li raggiunge. A Milano ho giocato 3 anni, sono cresciuto, ho fatto grandi competizioni e ho vinto".
Lo strappo con Cagliari poteva essere ricucito con il lieto fine del ritorno nell'estate del 2011. "Mi hanno chiamato, ho accettato di venire e mi avrebbe fatto piacere giocare di nuovo qui. La gente mi voleva e mi vuole bene. C'erano persone cui voglio bene, come Matteoli e il dottor Scorcu. Poi è andata così, ma io sono sempre stato sereno. Sarò sempre riconoscente a Cellino, sarei stupido a dire il contrario. Lui ha creduto in me più di chiunque, mi ha sempre protetto e se sono diventato Suazo è merito suo. Se dovessi rivederlo lo saluterei, certo. E ora spero risolva questa situazione,sono certo che ne uscirà bene”.
Molti gli allenatori incontrati in carriera ai quali dire grazie. “Ho avuto tanti allenatori. Penso a quelli che mi hanno fatto nascere in Honduras, a mister Salvori che mi ha fatto crescere con la Primavera del Cagliari, a Sonetti, mio papà, Mancini, un vincente, a Rueda, il ct della Nazionale che ha portato l'Honduras ai Mondiali".
Suazo non ha ancora deciso cosa fare da grande. Quella di allenare è un'ipotesi, magari proseguendo sulla scia di ex compagni che a Cagliari hanno trovato terreno fertile per rompere il ghiaccio. "Ci penso. Tutti quelli che ho avuto mi hanno lasciato qualcosa. Vorrei partire con i giovani, perché insegnare arricchisce e crea le basi”. Lopez sta dimostrando le sue capacità e può diventare un grande. Spero possa fare grandi cose col Cagliari”.
Suazo, in ogni caso, rimarrà nel cuore dei tifosi. Al fianco di altri totem della storia rossoblù, come Daniele Conti: “Uno che ha fatto grandi sacrifici e che ora è un grande capitano. E capitano lo sarà per sempre. I numeri parlano per lui e rimarrà nel cuore dei tifosi”.
Chiusura su Victor Ibarbo. Per il colore della pelle e le caratteristiche tecniche, il colombiano è da sempre associato a Suazo: “La nostra latinità ci fa essere spensierati, meno razionali e più sereni. Ha grandi margini di miglioramento e tanti chilometri da fare. Qui a Cagliari, perché questa è la piazza giusta per diventare grande”, conclude Suazo, che, a Cagliari, grande lo sarà sempre.
