Il sogno più bello, quel sogno spezzato
Quarant’anni volano leggeri, sono un soffio, se ti volti a guardarli. Sono un’eternità, se invece volgi lo sguardo al futuro. Qua raccontiamo una storia del passato, tuffandoci in quel bianco e nero che fa tanto vintage, ma anche nostalgia. Tanta, forse anche troppa se si parla di un qualcosa che non tornerà più, momento irripetibile della vita che coincide con una storia di sport legata al calcio. Legata al Cagliari campione d’Italia, squadra che conquistò lo scudetto ufficialmente il 12 aprile del 1970, quando la matematica certificò il distacco inarrivabile per la seconda della classe. Ma che il Tricolore aveva cominciato a vincerlo l’anno prima, quando arrivò per mera sfortuna alle spalle della Fiorentina.
Qua c’è da raccontare d’una squadra leggendaria, la cui stella brillò appena un attimo, anche se c’erano le premesse per creare un ciclo. Quel Cagliari, che tutti collegano a Gigi Riva, era l’anticipo del football all’olandese, parola di Manlio Scopigno, allenatore reatino che guidò l’undici rossoblu in maniera perfetta. Il reatino riuscì a farsi amare pure dagli avversari, un po’ meno dagli arbitri, visto e considerò che si “beccò” una squalifica che neanche Mourinho sarebbe capace d’eguagliare. Fumava e faceva fumare, faceva fare le ore piccole ai suoi corsari e non gli urlava contro la sua rabbia d’esser vecchio. Non era un brontolone, era uno che conosceva la vita, lo chiamavano il filosofo non perché citava i greci e i latini. E giuro che non c’è riferimento a Lotito. Aveva Riva, il più forte attaccante italiano del dopoguerra, parola di Gianni Brera. E pure di chi ha preso il posto del “Giuan”. E attorno a “Rombo di tuono” aveva disegnato una squadra perfetta, formata da calciatori considerati scartine a Firenze, nella Torino bianconera e nella Milano nerazzurra (Albertosi, Nenè, Domenghini e Gori), portafortuna (Mancin, che l’anno prima aveva conquistato il titolo con la Fiorentina) e pezzi pregiati ma sottovalutati come Greatti e Martiradonna. S’inventò Cera battitore libero quando l’infortunio gli tolse Tomasini di mezzo, e responsabilizzò Niccolai, re degli autogol sì, ma nonostante questo convocato in azzurro da Valcareggi per Mexico ’70.
Vinse uno scudetto storico, quel Cagliari, regalando visibilità a un’isola spesso dimenticata dal potere centrale dello Stato e che fino ad all’ora veniva considerata terra di pastori e dimenticata dal Cielo. Dominò la Vecchia Signora e spezzò le resistenze di Inter e Milan, club che avevano in rosa gente come Mazzola e Rivera, mica pizza e fichi. Ormai è storia, anzi, preistoria dello sport più amato dagli italiani.
Ma quella squadra, la prima “provinciale” capace di vincere lo scudetto, riuscì a far sognare un popolo intero e a sdoganare i suoi tifosi, incatenati fino a quel momento nel ruolo di comprimari. Non si fosse rotto Riva, l’anno dopo ci sarebbe stato il bis. E, forse, la coppa dei Campioni di quell’anno sarebbe andata a finire nella bacheca di via Tola e non in quella dell’Ajax.
