Unione Sarda - Lopez: io, cagliaritano per sempre
Chissà quante lacrime si nascondono dietro quel sorriso liberatorio. Lui così duro in campo, lui ancora in bilico tra i sogni e la realtà, lui capitano per sempre. «Che per la maglia rossoblù», ha sottolineato un mese fa Andrea Cossu, «ci ha messo il cuore, la faccia e anche i pugni». Giù il sipario, e già la nostalgia scorre negli occhi lucidi e tra i pensieri più intimi di Diego Lopez, in questo strano giovedì di inizio settembre, giunto forse troppo presto, o troppo tardi. «Non è stata una scelta semplice». È stata la più difficile. Un sospiro, un altro e un altro ancora. «Ma penso sia quella giusta». Quanta fatica dire addio. Al calcio giocato, ma non al Cagliari, rivela lo stesso uruguaiano, che a 36 anni, di cui gli ultimi 12 vissuti in Sardegna, ha scelto una strada tutta nuova. Oggi sarà a Barisardo per sottoporsi ai test per il corso di allenatore di base, nei prossimi giorni firmerà un nuovo contratto con il Cagliari. Poi si vedrà. «Ricominciamo».
Ci ha pensato e ripensato. «L'idea iniziale», ammette, «era quella di giocare ancora un anno in Uruguay». Magari al Peñarol, la squadra del cuore da bambino, o ancora al River Plate di Montevideo, dove è cresciuto. «Ho riflettuto assieme alla famiglia, i miei figli da qui poi non si muovono e io ormai mi sento un cagliaritano in più». Già, un cagliaritano. Tiene a precisarlo Lopez, come se il suo rapporto con il Cagliari Calcio e la città di Cagliari fosse troppo stretto e speciale per allargarlo a un'intera isola. Trecentoquattordici volte rossoblù. Altre 15 partite, dunque, e sarebbe diventato il giocatore più presente nella storia del Cagliari. Meglio di lui hanno fatto solo Mario Brugnera (giunto a quota 328), Gigi Piras (320) e il mito Gigi Riva (315). Striscia interrotta sul più bello. Nessun rimpianto, però.
«Le emozioni che ho vissuto in questi dodici campionati valgono più dei numeri e delle statistiche». Eppure in quell'ultimo faccia a faccia con Cellino, tre mesi fa, quando si è consumato l'addio, poi diventato un arrivederci, hanno pianto in due. «Sarò sempre grato al presidente», dice Lopez. «E ancora lo ringrazio per questa opportunità che mi sta dando». Il pensiero successivo è rivolto alla società intera: «Sino ai magazzinieri». Poi ai compagni: «Tre in particolare, Agostini, Cossu e Conti». Ai procuratori: «Delgado e Casal, quest'ultimo poi mi segue da quando avevo 17 anni, per me è come un padre». E naturalmente ai tifosi tutti: «Da chi mi ferma per la strada a chi addirittura si è mobilitato su Facebook per me».
Lopez è diventato col tempo un pilastro della difesa rossoblù. Parlava poco. In campo, però, si faceva sentire. Con le buone o con le cattive. Ha trascorso un terzo della sua vita in Sardegna (pardon, a Cagliari) dove sono nati i figli Inti (5 anni), Ian (6) e Thiago (9), ma lui è rimasto legatissimo all'Uruguay, alle tradizioni, alla gente che - dice - è buona, generosa e leale come i sardi.
Tutto è cominciato nel 1998, lui e Nelson Abeijon arrivavano dal Racing Santander. Il momento più brutto? «Dicembre 2001, sconfitta a Cosenza, io espulso, il Cagliari a un passo dalla C». Il più bello? «Sono due, la promozione in A e l'incredibile salvezza con Ballardini». Ora la nuova avventura. «Sono pronto, sarà anche un'esperienza di vita». Intanto un altro pezzo di storia rossoblù se ne va (anche se poi Lopez resta al Cagliari in un'altra veste) Come se la testa di uno dei quattro mori si fosse leggermente staccata dalla bandiera. Ha chiuso la porta senza far troppo rumore. Nell'ultima partita contro il Bologna lui (forse) già sapeva che la storia era giunta al capolinea, e lo immaginava anche l'intero Sant'Elia che aspettava solo il cambio per dedicargli una standing ovation lunga dodici anni. Anche per questo (forse) Lopez ha preferito non rientrare in campo dopo l'intervallo. Quelle lacrime sono ancora custodite dentro lo spogliatoio.
