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GLI EROI DEL PASSATO - Renato Copparoni: "Opporsi al sinistro di Riva fu una palestra unica"

L'ex portiere degli anni Settanta e Ottanta ricorda la sua esperienza in rossoblù, da quando a 16 anni cercava di parare le bordate di Rombo di Tuono fino al rigore parato a Maradona. Con la collaborazione di Francesco Aresu
17.09.2012 14:00 di Federico Ventagliò  articolo letto 1991 volte
© foto di Luigi Gasia/TuttoLegaPro.com

Renato Copparoni ha attraversato diverse epoche del Cagliari: dall’adolescenza, quando si opponeva al sinistro di Riva a fine allenamento, fino al “Rinascimento” tutto Sardo, insieme a Tiddia, Piras e Virdis. Con precisione meticolosa nei dettagli, ha raccontato in esclusiva a TuttoCagliari alcuni retroscena che lo hanno visto protagonista nell’arco della sua lunga carriera.

Renato, ai tuoi tempi i portieri Sardi erano di moda: nei tuoi stessi anni, con te ha fatto molto bene anche Grudina.
Sicuramente Giampaolo era in gamba. Quando giocavo io in prima squadra, lui era il terzo portiere: si intravedevano però già qualità importanti, soprattutto dal punto di vista caratteriale, perché aveva tanta voglia di arrivare. Ciò gli ha permesso di togliersi tante soddisfazioni in tutte le categorie, dato che ha giocato in Serie A, B e C. Lo ricordo con piacere, davvero una persona squisita.

La tua è stata una palestra unica: oltre agli allenamenti ordinari, a soli 16 anni avevi la fortuna di misurarti col sinistro di Riva, al termine delle sedute.
Si, Gigi diceva amichevolmente al magazziniere Mario Manca: “Fai chiamare il portierino”. Quindi io, dal triangolino delle “Saline”, dove ci allenavamo con la Primavera, facevo una corsa per andare a subire (ride, ndr) le pallonate del grande Gigi, che aveva una potenza incredibile. È stata un'esperienza bellissima quella, a soli 16 anni, allenarsi con quei grandi campioni. Ancora adesso, nel ripensarci, mi vengono i brividi.

Quindi, il privilegio di carpire i segreti di 2 fuoriclasse: Albertosi e Reginato.
Su Ricky sappiamo tutto, grande fenomeno e campione indiscusso. Quando passai in prima squadra nella stagione 1972-73 e venni promosso da Edmondo Fabbri vice di Albertosi, il già maturo Reginato -  allora 35enne - mi fece da balia. Siamo andati in ritiro insieme, condividendo la stessa stanza: mi ha dato parecchi suggerimenti utili, non solo tecnico-tattici, ma anche personali e comportamentali, su come si deve essere buoni atleti. Sono davvero grato ad Adriano.

Seppur in panchina, hai assaggiato l'atmosfera del Cagliari scudettato.
Scopigno mi portò in panchina in Coppa Italia. Ero arrivato il giorno stesso, all'indomani del torneo di Sanremo, a settembre. Provenivo dalla 2^ Categoria, nella quale giocavo fino a due mesi prima con la Monreale. Reginato aveva un problema al ginocchio, dunque andai io in panchina come dodicesimo. Sono stato fortunato, perché quel settembre del '69 era l'alba dello Scudetto. Potremmo dire che la mia presenza è stata quindi di buon auspicio. Ricordo con piacere quelle due panchine a Catania e Palermo: poi, con il recupero di Reginato tornai nelle giovanili.

Ma il Cagliari dei “grandi” ti aspettava, con Tiddia che in seguito ti ripropose.
Mi volle a tutti i costi in prima squadra. Venne a vedermi giocare nella sua Sarroch, quando militavo ancora in 2^ Categoria, decidendo di portarmi al Cagliari e facendo sentire la sua voce in società, quasi imponendo di puntare su di me. Devo poi ringraziare Fabbri, Radice, Bagnoli e Bersellini.

Pensi che il 1977 sia il rimpianto più grande, con la Serie A sfumata agli spareggi con Pescara e Atalanta?
In quei giorni io ero in Siria, per il Mondiale Militare a Damasco. Durante la partita di Terni contro il Pescara si fece male Corti, così il Cagliari decise di richiamarmi. La Nazionale Militare però non mi voleva far partire, perché il torneo era al picco più alto, con in palio la finale. Eravamo in procinto di giocare la semifinale contro il Kuwait, ma io mi imposi. Decisi di tornare al Cagliari perché ci stavamo giocando la Serie A, così dissi ai dirigenti: “Il Cagliari è senza portiere, io devo andare”. Mi diedero allora il permesso, dicendomi di far ritorno appena possibile a Damasco. Ma perdemmo 1-0 col Kuwait, quindi tornai per la finale 3°/4° posto. Sfortunatamente anche lo spareggio per la Serie A contro l'Atalanta finì nello stesso modo, in una cornice assurda. Secondo me fu una decisione sbagliata, da parte della nostra società, l'accettare come sede della partita contro l'Atalanta Genova. Non si poteva giocare a 150 Km da Bergamo: infatti gli spettatori erano 28mila bergamaschi contro 2 mila Sardi. Scelte sbagliate che poi si pagano. Così come vent'anni più tardi bisognava rifiutarsi di giocare a Napoli, in quanto l'allora allenatore piacentino Mutti aveva già firmato per i partenopei, sbilanciando il peso del tifo dei napoletani a favore del Piacenza.

Davanti al caminetto, puoi raccontare ai tuoi nipoti di aver parato un rigore a Maradona.
È stato un evento che mi accompagnerà per tutta la vita. Ancora oggi, a 25 anni dal suo ritiro, risulta essere il più forte giocatore della storia, senza esser stato eguagliato. Essendo stato anche il primo in Italia a parargli un calcio di rigore, aumenta la soddisfazione che mi tengo dentro, e che nonostante tanti anni trascorsi, ancora resiste.

Il tuo era un Cagliari ricco di talenti Sardi: Gigi Piras di Selargius e Pietro Paolo Virdis di Sindia.
Cosa che rispecchiava la politica e la mentalità di Mario Tiddia. Premeva tanto per farci arrivare ai massimi livelli, perché non ci riteneva inferiori a nessuno. Invece la dirigenza, e questo un po' è un limite ancora presente, aveva un modo di pensare che penalizzava i ragazzi Sardi. È un peccato: perché si fa calcio da tutte le parti e noi Sardi siamo competitivi alla pari delle altre regioni italiane, abbiamo numerosi talenti validi. Purtroppo, a volte ce li lasciamo scappare, con la colpa di non aver “coltivato” a dovere il loro talento. Questo è un aspetto che il Cagliari, essendo la principale squadra sportiva Sarda, dovrebbe curare molto di più.

Per questo forse si sono smarriti alcuni tuoi possibili successori, come Aresti, Davide Capello e Vigorito.
Non solo. Io ho allenato anche Manis, alla Nuorese in prestito, ma il cartellino era già del Cagliari. Purtroppo non sempre viene loro data l'opportunità di esprimersi come dovrebbero. Per essere bocciati, non può bastare un errore come avvenne a Capello, quando sostituì Pantanelli. Un errore può succedere a chiunque: poi bisogna però dare la possibilità di riscattarsi, rimettendoli in campo, e trasmettendogli fiducia. Altrimenti è chiaro che il ragazzo si demoralizza e non ha più fiducia in sé stesso, rischiando cosi di perdersi.

Con Festa al Lumezzane, speri nella consacrazione di Vigorito?
Certamente me lo auguro. Intanto a Gianluca va il mio in bocca al lupo, perché è un ragazzo serio: lo ha dimostrato quando giocava e l'ha confermato nel settore giovanile del Cagliari, alla guida della Primavera. Quindi merita sicuramente di arrivare a certi livelli, per i quali è necessario anche un pizzico di fortuna. Perché capacità e volontà non gli mancano. Lo stesso vale per i ragazzi che ha preso dalla Primavera rossoblù: auguriamoci che facciano bene, e che lo stesso Vigorito faccia un grande campionato.


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