Riva: l'infanzia, i successi, la vita. Il mito si racconta al Corriere

 di Nicola Atzori  articolo letto 4578 volte
© foto di Federico De Luca
Riva: l'infanzia, i successi, la vita. Il mito si racconta al Corriere

E' un Gigi Riva senza fronzoli quello intervistato dal Corriere della Sera, mai banale. Intervistato da Elvira Serra, Gigi Riva si racconta attraverso parole quantomai significative e rivelatorie: «La tristezza va e viene, capita di tanto in tanto, è una questione di testa. Non ho avuto una grande infanzia, tutto parte da lì, e il resto me lo sono creato da solo».

Un infanzia tormentata quella della leggenda sarda: "Arrivai nel 1963, orfano di entrambi i genitori. Mio padre aveva fatto tre guerre: quella del ‘15-’18 e quella d’Africa e aveva lavorato in una galleria ferroviaria durante la Seconda guerra mondiale: è morto di tumore ai polmoni; mia madre pure è morta di cancro, dopo tanti sacrifici per me e le mie tre sorelle. A Cagliari trovai una nuova famiglia". Riva ammette di non riuscire più a recarsi allo stadio per vedere i rossoblù: "Troppa ansia, soffro. Anche quando scendevo in campo io, se magari ero stato squalificato, non restavo mai in tribuna: prendevo la macchina e guidavo fino a Costa Rei o a Muravera. Ora ascolto il risultato finale e il giorno dopo mi guardo la partita. Faccio così anche con gli Azzurri, per vedere se Cassano ha fatto il bravo e se Balotelli ha reagito alle provocazioni". 

Interpellato su Prandelli e sulla nazionale azzurra non si tira indietro: "Cesare, umanamente eccezionale, la sua storia personale parla per lui. Sa prendere i giocatori nel modo giusto, sa punirli. Ed è un uomo buono”. Qualche parola anche sulle sue dimissioni: “Era diventato molto stressante per me: durante i match dovevo prendere il Lexotan per calmarmi. Prandelli mi ha chiamato un paio di volte chiedendomi di ripensarci. Il direttore generale della FigcAntonello Valentini ogni tanto ci riprova. Ma le mie ossa rotte si stanno facendo sentire. I problemi all’anca, con l’artrosi, sono peggiorati e la fisioterapia non basta. Non riesco più a fare le scale, mi devo fermare a metà. Non voglio fare il dirigente che zoppica"

Vita, quella di Riva, scandita da piccole consuetudini: "“Colazione nel bar sotto casa, dove c’è Eva che mi maltratta. Prendo caffè e brioche e vado nel mio studio, leggo i giornali – Corriere , Gazzetta e L’Unione Sarda – e controllo se qualcuno mi ha scritto su Internet, rispondo a tutti.Passo a salutare un amico, commentiamo le notizie. Tutte le sere ceno da Giacomo, che ha un ristorante di pesce, ma a me prepara il minestrone di verdure. Mangio da solo o, se capita, in compagnia. E faccio il nonno”.

Rombo di Tuono, un simbolo, una bandiera, come ormai non se ne trovano quasi più: "Gli avversari ci gridavano “ladri, banditi e pecorai”. Gli arbitraggi con le grandi erano sempre a nostro svantaggio. Eppure vedevo questi pullman di tifosi che arrivavano a Milano o a Torino dalla Germania, dall’Olanda, dall’Inghilterra. Nei loro occhi non leggevi la gioia dello sportivo, ma del sardo: era orgoglio. Come potevo andarmene? Ricevevo tantissime lettere, pure da Graziano Mesina, latitante: le sue le bruciavo. Mi era simpatico. Ma ci sono rimasto male per l’ultimo arresto: della favola che lo avvolgeva non è rimasto niente".

Chiusura sull'ultimo sgambetto dell'Unione Sarda: "Gli indipendentisti dell’Irs vorrebbero candidarmi alle Regionali. Ora, a parte il fatto che non intendo fare nulla, mi ha offeso che abbiano scritto che non potrei correre per la poltrona di governatore perché non sono sardo. Io?"