Rolando Bianchi: "Cagliari tra le esperienze più belle della mia carriera. Squadra favolosa, Zola era unico"
Intervenuto ai microfoni di Radio TV Serie A, l'ex attaccante Rolando Bianchi ha ripercorso la sua carriera, ricordando anche l'esperienza con la maglia del Cagliari nella stagione 2004-05.
La squadra di casa
“Rappresentare la propria città è sempre difficile, hai una responsabilità in più perché da bergamasco la vivi molto più intensamente, ma è stata un’esperienza incredibile. Ho avuto la fortuna di crescere nel settore giovanile e fare un percorso molto lungo all’interno dell’Atalanta. Ho cominciato a sei anni nella squadra del mio paese poi a otto mi trasferisco all'Atalanta e faccio tutto il settore giovanile. Durante la mia esperienza ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno dato tantissimo come per esempio Buonaccorso, Finardi, Perico, Favini, Bonifacio…tantissimi allenatori che mi hanno trasmesso la cultura della società e cosa significa essere atalantino. Un aspetto che a Bergamo vuol dire tanto”.
Un attaccante atipico
“Il gioco aereo era sicuramente una mia grande qualità anche se ero un attaccante un po’ atipico dato che avevo una struttura fisica importante ma ero anche molto rapido nell’allungo. Sono sempre stato il punto di riferimento offensivo per le squadre in cui ho giocato”.
Cagliari
“Ho avuto la fortuna di girare parecchie città durante il corso della mia carriera, Cagliari resta sicuramente una delle esperienze più belle anche perché ero per la prima volta lontano da casa. I miei allenatori lì sono stati Reja e Arrigoni, due coach totalmente diversi che mi hanno dato tanto. Ero molto giovane e mi sono dovuto adattare subito ma è stata un’esperienza bellissima perché prima abbiamo vinto la Serie B e una volta in A abbiamo mantenuto la categoria. Avevamo una squadra favolosa: Zola, Langella, Suazo, Esposito... io ero il quinto attaccante ma avevo caratteristiche completamente diverse dagli altri. In rosa eravamo cinque attaccanti complementari tra di loro con qualità uniche nel loro bagaglio. Devo dire che questo per me è stata una fortuna perché ho avuto modo di confrontarmi con atleti e professionisti esemplari”.
Gianfranco Zola
"Gianfranco è unico come persona, come calciatore, come professionista … mi ha trasmesso tante cose. È stato un atleta fantastico: la sua carriera parla per lui, ma si distingueva soprattutto dal punto di vista umano come persona e come valori. Era un giocatore che aiutava molto i giovani nella loro crescita e dava sempre il buon esempio fuori e dentro il campo”.
Gli avversari più forti
“Ho affrontato tanti difensori forti: Nesta, Maldini, Cannavaro e Thuram, che allora uno dei difensori più forti del mondo, contro di lui ho segnato all’esordio in Coppa Italia. Erano giocatori che avevano tutte caratteristiche diverse ma che erano ugualmente difficili da affrontare: forti fisicamente, tatticamente perfetti, mentalmente molto predisposti ad anticipare le tue mosse e per questo dovevi essere doppiamente veloce per provare a metterli in difficoltà. Riuscivano sempre a prendere il pallone con interventi puliti, senza colpire l’avversario, hanno infatti fatto la storia del calcio mondiale. Spesso riuscivano a fare da soli la fase difensiva, permettendo così alla squadra di giocare con più uomini davanti”.
La Reggina e Mister Mazzarri
“Dopo il mio infortunio al crociato ho fatto di tutto per tornare il più in fretta possibile ma quando mi sentivo pronto per rientrare il mister mi disse che come uomini era a posto. Lì un po’ me la presi ma verso la fine della stagione mi mise in campo nel derby contro il Messina e segnai il terzo goal. È stato un allenatore che mi ha dato tanto: in quel momento ha scatenato qualcosa dentro di me, mi sono detto che dovevo fare di più. L’anno successivo abbiamo fatto una cavalcata incredibile: partivano con quindici punti di penalizzazione dopo Calciopoli e siamo riusciti a salvarci. È stato merito della forza del gruppo che aveva il giusto mix di giocatori giovani e giocatori più esperti oltre al mister e alla società che ci è sempre stata vicino. Tutti questi fattori hanno fatto sì che si creasse qualcosa di unico che ci fece arrivare ad un obiettivo che a inizio stagione sembrava impossibile. La cosa bella di questo percorso è stato vedere che durante la stagione quasi tutta l’Italia tifava per noi e aspettavano la nostra salvezza. È stato un qualcosa di unico, ancora oggi quando mi fermano mi dicono che l’anno a Reggio abbiamo fatto un miracolo. Mi ricordo che dopo la sentenza eravamo in ritiro e mister Mazzarri ci disse ‘chi non se la sente, può andarsene. Qui deve rimanere solo chi ci crede’ e quello per me è stato un segnale forte che è stato dato al gruppo, è stata la nostra forza, eravamo tutti concentrati sull’obiettivo finale e abbiamo scritto una pagina di storia del calcio italiano”.
Manchester, sponda City
“Sono stato a Manchester solo sei mesi perché poi volevo tornare in Italia per la convocazione in nazionale maggiore, la Premier di quel tempo non era ancora al livello attuale. In quel periodo sono stato allenato da Sven-Göran Eriksson. Eriksson era un grandissimo gestore, aveva una grande capacità di saper capire i momenti e gestire le situazioni. Lui era un manager: lasciava molta gestione ai suoi collaboratori e nei momenti di difficoltà spesso parlava singolarmente con ogni giocatore. La cosa che mi ha sempre colpito era il fatto che cercava di parlare con ogni giocatore nella sua lingua madre in modo da permettere loro di vivere serenamente il momento e far sentire tutti importanti. In quel periodo ho affrontato tanti grandi calciatori come Gerrard, Torres, Richards, Lampard... ce ne erano veramente tantissimi con qualità sia caratteriali che tecniche da fuoriclasse. Era un campionato dove c'era tanta grinta e io di mio sono sempre stato un giocatore abbastanza grintoso, infatti appena tornato in Italia durante Lazio - Torino sono stato espulso dopo cinque minuti dal mio ingresso, ho portato qualcosa dall'Inghilterra (ride n.d.r.)”.
In biancoceleste
“Alla lazio ho avuto Delio Rossi come allenatore, era molto bravo a livello tattico e nella gestione della squadra. Aveva un’idea di calcio ben precisa, in campo giocavamo molto bene. Abbiamo vinto il derby di ritorno contro la Roma 3-2, io conquistai un rigore”.
I derby
“Devo dire che ho avuto la fortuna di giocare tanti derby e di vincerli quasi tutti tranne quello della Mole. Ogni giocatore vive il derby in maniera diversa, se sei quel tipo di persona che si immedesima nella maglia che indossa allora lo senti tanto. Io, in ogni città in cui andavo, studiavo la storia delle varie squadre perché volevo capire cosa c’era di profondo nei colori che rappresentavo. Questo è un aspetto molto importante che ogni giocatore dovrebbe considerare perché quando giochi un derby percepisci la prospettiva della tifoseria e giochi cercando di essere un tifoso in campo”.
La maglia granata
“A Torino ho avuto la fortuna di andare subito al museo, volevo conoscere tutta la storia del Toro e devo dire che mi è entrata dentro immediatamente. Il Grande Torino era una squadra con 11 calciatori che non rappresentavano soltanto la maglia granata ma anche tutta la nazione, erano una squadra unica di livello assoluto. Sentire una storia del genere ti fa percepire l’importanza di quei giocatori, e quello che hanno creato”.
Il post carriera
“Ho deciso di smettere a 34 anni. Ero ancora in condizione di giocare, probabilmente sarei arrivato fino ai 40. Io però volevo fare tutte le partite e stare in campo per 90’ ma a 34 anni non sei più l’atleta di quanto ne avevi 25 e questo spesso portava a dei contrasti con gli allenatori di allora. Facendo questo ragionamento ho capito che era il momento di smettere altrimenti sarei diventato un giocatore fastidioso, cosa che non volevo assolutamente essere. Ho concluso la mia carriera al top dopo la conquista della salvezza con la Pro Vercelli in Serie B. Avevo ancora un anno di contratto ma poi ho deciso di lasciare e iniziare il mio percorso da direttore sportivo e poi da allenatore. Ritengo che un allenatore per essere completo debba avere conoscenza di tutti i ruoli all’interno di una società sportiva. Ho avuto la fortuna di fare il direttore in una società di Milano che mi ha permesso di avere la gestione totale della società aiutandomi a crescere tanto. Successivamente ho lavorato nel settore giovanile dell'Atalanta come collaboratore dell’allenatore, ho fatto anche l’allenatore di reparto, il secondo nell’Under 18, il collaboratore in Under 23 fino ad arrivare a fare il secondo di Paolo Cannavaro alla Pro Vercelli in Serie C.
È stato un percorso bello che mi ha permesso di vedere il mondo del calcio a 360° e mi ha dato tanto. Mi sto ancora formando, ritengo che un ex giocatore abbia sicuramente un bagaglio molto importante avendo visto la realtà del campo ma è anche vero che la formazione per un allenatore è fondamentale: devi avere conoscenze in ogni ambito. È molto importante avere più competenze possibili per essere solido nei momenti di difficoltà. In futuro mi piacerebbe diventare un manager sportivo e avere uno staff con diverse figure che si occupino dei diversi reparti per formare i giocatori in ogni ambito del gioco”.
I tifosi granata
“Il rapporto con i tifosi del Toro è molto particolare. Come detto appena tornato in Italia sono stato espulso proprio nel match contro il Torino, ricevetti bordate di fischi. Una volta che poi sono arrivato a Torino i tifosi inizialmente mi dissero che non avrei mai ricevuto un applauso da loro. Io però da buon bergamasco parto a testa bassa, lavoro molto e pian piano inizio a conquistare l’affetto della gente che probabilmente ha apprezzato il mio impegno. Dopo un anno divento capitano e da lì nasce un rapporto con la tifoseria che dire unico è riduttivo. Siamo come entrati in simbiosi: io mi immedesimavo in loro e loro in me, c’era un rapporto bellissimo che mi ha fatto vivere momenti indimenticabili. La lettura dei nomi a Superga è stato un momento molto emozionante, ma allo stesso tempo una responsabilità enorme. In quel momento rappresenti una famiglia e devi avere un'intensità diversa ed entrare nel cuore della gente. È un ricordo bellissimo e molto emozionante (si commuove n.d.r.)”.