Nicola Riva: "Il rimpianto di mio padre? Non aver vinto il Pallone d'Oro"
Alla vigilia di Cagliari-Juventus, Nicola Riva ha rilasciato a Tuttosport un'intervista intensa e ricca di memoria, ripercorrendo il lato più umano di Gigi Riva. Un racconto che tocca l'amore ricevuto dalla Sardegna, i sogni giovanili mai realizzati, i rimpianti personali e calcistici, fino alle amicizie più profonde costruite dentro e fuori dal campo. Di seguito un estratto.
Da chi avete ricevuto più amore in questi due anni?
"Dalla Sardegna. E, mi creda, è indescrivibile. È la nostra comfort zone: sappiamo che qui non ci manca mai l’affetto. Per questo voglio uscire dall’isola e cito Gigi Buffon. Mi ha stupito: lo percepisce come un familiare. Gigi sente di aver ricevuto tanto da papà. Ed è bellissimo che adesso sia lui a ricoprire il ruolo che mio padre aveva in Nazionale: è la persona più degna".
Se non avesse legato la sua vita al Cagliari, in quale squadra avrebbe voluto giocare suo padre?
"Nell’Inter. Era il suo sogno da bambino. Ma Skoglund, lo svedese, gli aveva negato un autografo quando lui era bambino, per cui quel momento triste gli è un po’ rimasto dentro. Papà non ha mai negato foto e autografi a nessuno. Di sicuro, però, quella dell’Inter era la maglia che voleva indossare quando era piccolo".
Gigi Riva è morto con qualche rimpianto?
"Era legatissimo a sua madre e non ha avuto tempo di fargli vedere chi è diventato Gigi Riva. Lui voleva fare il professionista, ha lottato per giocare a calcio e quando ci è riuscito ad altissimi livelli lei non c’era più. Gli è rimasta questa ferita profonda".
Quali persone ha stimato nel corso della sua vita?
"Paolo Maldini: ammirava la sua schiettezza, la sua rettitudine, la sua poca fame di rifl ettori. E poi Fabrizio De André, una persona speciale per mio papà".
Quale tarlo calcistico è rimasto vivo nella memoria di suo padre?
"Il fatto di non essere riuscito a vincere il Pallone d’Oro. Lo promisero a lui dopo averlo dato a Rivera, ma poi si fece male e si complicò tutto. L’infortunio gli ha tolto tantissimo a livello fisico".
Perché si è eclissato dal calcio dopo la gioia del 2006?
"Quando c’è stato bisogno di lui a Cagliari, ha sempre risposto presente. Ma questo calcio non gli apparteneva più: i troppi stranieri in Serie A, una moralità in declino e poi le regole nuove. Per esempio non ha mai sopportato il Var. Per lui non era più calcio".
A chi si è legato di più in carriera?
"Tomasini come compagno di club: è stato pure il suo testimone di nozze. In Nazionale, invece, con Dino Zoff e Giacinto Facchetti è riuscito a creare una grande amicizia".