Tessera del tifoso, un Giano bifronte
Poca schedatura, molto merchandising
A pochi giorni dall’inizio del campionato, si infiamma una volta di più la polemica attorno alla Tessera del Tifoso, il provvedimento voluto dal Ministero degli Interni al fine di regolamentare in maniera più stringente e dettagliata l’accesso dei tifosi allo stadio. Con l’emanazione della Direttiva Maroni, si vieta l’ingresso agli impianti sportivi, e dunque il rilascio della tessera, a coloro i quali siano stati condannati per reati da stadio, anche con sentenza non definitiva, fino al completamento dei 5 anni successivi alla condanna medesima, e a tutti i sottoposti a Daspo, per tutta la durata del provvedimento.
Sul tema sono tante le discussioni, e diverse le prese di posizione. C’è chi ha parlato di schedatura e di violazione dei diritti civili. Quasi tutti hanno trascurato l’aspetto prettamente economico del provvedimento. La schedatura, a guardare la realtà delle cose, è molto parziale. Il meccanismo è semplice. Il tifoso presenta domanda alla società sportiva per ottenere la tessera del tifoso, la quale, prima di poterla rilasciare, inoltra i dati autocertificati dal richiedente alla questura. A sua volta la questura, stando alle previsioni di legge, deve provvedere a un controllo su quei dati finalizzato esclusivamente al riscontro dei due motivi ostativi già sopra descritti. Laddove non riscontri i suddetti motivi, autorizza la società a rilasciare la tessera. Il trattamento dei dati personali rimane nella disponibilità della società ex d.lgs. 196/2003, mentre è vietato alla questura. La tessera così rilasciata è obbligatoria per coloro che sottoscrivano un abbonamento con la società sportiva, e per coloro che, pur non avendo sottoscritto un abbonamento, desiderano seguire in trasferta la propria squadra, usufruendo del settore ospiti. Inoltre, i tifosi muniti di tessera, hanno diritto a poter seguire la propria squadra anche nelle trasferte considerate ad alto rischio dal Casms.
Fin qui la funzione di sicurezza sulla quale la tessera dovrebbe posare le proprie basi. Si può discutere sull’opportunità o meno di un controllo preventivo effettuato dalla questura su persone che si apprestano ad esercitare un proprio diritto di libertà quale partecipare a una manifestazione sportiva. Così come è lecito pretendere un controllo totale e rigoroso sulle direttive di attuazione del Ministero degli Interni, che, così come potrebbero ammorbidire i motivi ostativi all’ottenimento della tessera, allo stesso modo potrebbero anche renderli più severi.
C’è però un’altra funzione che la tessera riveste nel rapporto tra società e tifoso. Ed è la funzione che meno di tutte viene considerata dai media e in generale da chi si approccia a una discussione sul tema. Una funzione che rende la tessera un “Giano bifronte”. Come la divinità romana, questa, presenta due facce. Da una lato strumento di sicurezza nelle mani della questura, dall’altro strumento finanziario nelle mani di banche e società. Basta prendere in mano una tessera del tifoso per capire subito con cosa si ha a che fare. La carta si configura come uno strumento di controllo e di marketing a guadagno soprattutto degli istituti finanziari di maggiore importanza. Questa si presenta come una carta di credito, con una fototessera come unico elemento differenziale. Il costo che le società fa pagare alla sua acquisizione è di 10 euro. Ma chi la richiede, spesso, non sa che con quella carta non sta stipulando una semplice affiliazione al proprio club, bensì sta accettando, contestualmente, una vera e propria carta di credito ricaricabile con annesso codice IBAN. Questo porterà il possessore ad effettuare innumerevoli movimenti bancari nell’acquisto dei biglietti per accedere alle partite, oltre a porlo in una condizione di cliente tale da renderlo più incline all’accettazione di offerte, sconti e agevolazioni che inevitabilmente le società utilizzeranno per stuzzicare l’uso della carta stessa, innestando un vero e proprio processo turbo capitalista. La tessera insomma - per stessa definizione di un comunicato informativo della Lega Pro - “rappresenta un borsellino elettronico che consente di fare operazioni di varia natura, acquisti online, prelevare contanti, trasferire denaro, ricaricare il telefonino”.
Ci si troverà davanti a centinaia di migliaia di movimenti a guadagno di società, banche comprese, che nulla hanno a che vedere con il calcio. Come se non bastasse, enti terzi avranno migliaia di dati di potenziali clienti a cui potranno offrire i propri servizi.
Se è vero, come diceva Andreotti, che “a parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”, allora sia consentito un piccolo gioco di corrispondenze, senza voler scovare verità nascoste, o complotti inesplorati. Giancarlo Abete, presidente della Ficg, fin dal primo momento acerrimo difensore della tessera del tifoso, non è l’unico alto dirigente della sua famiglia. Suo fratello Luigi è infatti vice-presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, nonché presidente della Banca romana Bnl.
Citazione obbligata merita però un altro personaggio, in questo periodo tornato sulla cresta dell’onda, e come sempre amato, e odiato, con lo stesso pathos. Per un motivo semplice. Non rinuncia mai a dire, con chiarezza e linearità, ciò che pensa. Ovvero ciò che molti pensano, ma non hanno il coraggio di ammettere a se stessi e agli altri. Zdenek Zeman diceva che “la grande popolarità del calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c'è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi”, salvo poi aggiungere, con la stessa flemma, che “il calcio oggi è sempre più un'industria e sempre meno un gioco”. Il mix delle due affermazioni consente facilmente di capire come, nell’era della sicurezza gridata a gran voce e voluta ad ogni costo, la tessera dipinta come deus ex machina in grado di eliminare la violenza dagli stadi, rischia in realtà di completare il percorso che ci rende manichini di una società del consumo.
La strumentalizzazione degli Ultras è servita.
