Sanna: "Il pallone di cuoio lasciava segni sul corpo e nell'anima"

Sanna: "Il pallone di cuoio lasciava segni sul corpo e nell'anima"
Oggi alle 00:15News
di Giorgia Zuddas
Vittorio Sanna inaugura su YouTube una nuova rubrica dedicata alla storia del calcio. Nella prima puntata, il giornalista ripercorre l'evoluzione del pallone di cuoio, raccontandone caratteristiche, curiosità e il suo impatto sul gioco di un tempo.

Attraverso il proprio canale YouTube, il giornalista Vittorio Sanna ha dato il via a una nuova rubrica dedicata alla storia e alla cultura del calcio. La prima puntata, intitolata "Il cuore di cuoio. La storia del pallone", è dedicata all'evoluzione del pallone da calcio, dalle origini in cuoio fino ai modelli moderni, ripercorrendone curiosità e trasformazioni nel corso dei decenni. Di seguito un estratto del suo intervento:

"Prima della velocità, prima degli effetti, prima della tecnologia, c'era il cuoio. Un pallone marrone, cucito a mano, con una camera d'aria racchiusa all'interno e chiusa da una lunga stringa di cuoio. Era duro, era pesante, era imperfetto, ma era il simbolo di un calcio in cui ogni partita lasciava segni sul corpo e nell'anima. Pelle bovina molto spessa, da 12 a 18 pannelli cuciti manualmente, camera d'aria in gomma, chiusura con il laccio chiamato tiento. Il peso era regolare da asciutto, ma destinato ad aumentare con la pioggia. Ogni pallone era quasi un pezzo artigianale: non esistevano due palloni davvero identici.

L'acqua era il suo grande nemico. Il cuoio assorbiva l'umidità come una spugna. Dopo mezz'ora sotto la pioggia, il pallone poteva aumentare sensibilmente di peso e perdere la sua forma perfettamente sferica. Colpirlo di testa diventava doloroso e, a lungo andare, anche rischioso. I bambini di oggi non possono immaginarlo. Quando il pallone arrivava alto, nessuno aveva paura dell'avversario: aveva paura del pallone. Se colpivi proprio il punto dei lacci, rischiavi tagli, ematomi e una fitta che ti accompagnava per giorni. Oggi tutti i palloni sono praticamente identici. Negli anni Trenta e Quaranta non era così. Il rimbalzo cambiava, la traiettoria cambiava, il peso cambiava perfino durante la stessa partita.

Nel Mondiale del 1930 accadde un fatto incredibile. Argentina e Uruguay non riuscivano a mettersi d'accordo su quale pallone utilizzare per la finale. Si decise allora di giocare il primo tempo con un pallone argentino e il secondo con uno uruguaiano. L'Argentina chiuse il primo tempo avanti 2-1. Nella ripresa, con il pallone uruguaiano, l'Uruguay ribaltò la partita e vinse il primo Mondiale della sua storia. Quel pallone non perdonava. Per controllarlo servivano tecnica, forza, sensibilità e coraggio. Ogni stop era una conquista, ogni colpo di testa una scelta, ogni tiro richiedeva tutto il corpo.

Pelé diceva: "Il pallone era il nostro migliore amico." Una frase semplice che racconta il rapporto quasi affettivo con un oggetto tutt'altro che perfetto.

.Forse quel pallone era meno perfetto, ma obbligava i calciatori a diventare migliori. Non potevi affidarti alla tecnologia: dovevi imparare a domarlo. E forse è proprio questa la metafora più bella. Il calcio è nato cercando di dominare le difficoltà, non eliminandole. Il pallone di cuoio non era soltanto un attrezzo sportivo. Era un maestro severo. Insegnava il rispetto, la pazienza, la tecnica e il coraggio. E forse, proprio perché era così difficile da controllare, rendeva ancora più grande la gioia di saper giocare".