Bojinov: "Con Zeman ci divertivamo molto, giocavamo ad occhi chiusi"

Bojinov: "Con Zeman ci divertivamo molto, giocavamo ad occhi chiusi"TUTTOmercatoWEB.com
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di Redazione TuttoCagliari

L'ex attaccante di Lecce e Juventus, Valeri Bojinov è intervenuto a Storie di Serie A, su Radio TV Serie A. Le sue parole:

Gli esordi a Lecce

“Il mio primo allenatore era Alberto Cavasin, sono stato a Lecce dal ’99 fino al 2005 per poi tornare nel 2012 con Serse Cosmi ma non è andata bene, siamo retrocessi. Sono anche stato allenato da Zeman, un personaggio veramente unico come allenatore e come persona ma anche nello stile e nel modo di allenare. Non esistono allenatori come lui.  Non dimenticherò mai il suo primo giorno: siamo nella sala riunioni e io mi siedo in fondo. Lui parlava con un tono di voce lento e abbastanza basso e a me è venuto da ridere. Lui subito: “Bojinov perché ridi?” Io risposi che mi faceva ridere il suo modo di parlare e lui: “Ok, domani (al primo allenamento della squadra n.d.r.) ti faccio vedere io chi ride”. Non dimenticherò mai il secondo giorno, si diceva che gli allenamenti fossero duri ma non pensavo così tanto. Ci aveva suggerito di non fare colazione prima della seduta altrimenti avremmo avuto difficoltà a finire l’allenamento, io ovviamente non l’ho ascoltato. Al campo abbiamo fatto dieci volte i mille e io dopo il secondo giro mi sono dovuto fermare, ho vomitato dalla fatica. Abbiamo fatto questo allenamento per le successive dieci mattine e anche i gradoni con i sacchi di sabbia. Erano allenamenti durissimi ma mi hanno aiutato a formare il carattere: lì ho imparato cosa vuol dire allenarsi, soffrire, avere la giusta mentalità e lavorare per un obiettivo. Se ti alleni bene ottieni un risultato, ma se non lo fai difficilmente questo arriva”.

Mister Zeman

“Con Zeman ho segnato 12 gol in cinque mesi, all’inizio del girone di ritorno eravamo tra il quinto e il settimo posto, un grande risultato per una squadra come il Lecce. Ci divertivamo molto, il suo stile di gioco era tutto fatto di schemi, di 1v1, di tagli... ma oltre a questi lui ci lasciava anche tanta libertà: dovevamo improvvisare, soprattutto noi attaccanti. Mi diceva sempre “Valeri quando giochi esterno voglio che tagli, mentre quando giochi prima punta devi venire incontro per lasciare spazio agli esterni”. C’erano tanti schemi e tanta tattica nel suo gioco ma allo stesso tempo ci lasciava comunque liberi di poter costruire e leggere la situazione. Il nostro gioco si basava molto sulla conoscenza reciproca dei movimenti in campo. Era un calcio di familiarità: se io tagliavo il mio compagno mi lanciava perché già sapeva che io sarei partito. Giocavamo ad occhi chiusi, conoscevamo a memoria i nostri movimenti. Sicuramente mi criticava tanto ma lo faceva perché voleva spronarmi a dare il massimo, mi diceva che se volevo fare gol dovevo correre e lottare ancora di più di quello che facevo, non una volta sola ma sempre. All’inizio non avevamo un rapporto speciale, alle volte succedeva che mi metteva in panchina dopo che avevo segnato: giocava con il mio carattere per vedere se ero sempre concentrato e sul pezzo. Io sapevo che se avessi reagito male alla sostituzione allora avrebbe avuto ragione lui, viceversa se non avessi reagito avrei avuto ragione io. Una volta a Messina mi lasciò fuori dopo una doppietta e al mio posto mise Mirko Vucinic che a sua volta segnò due gol. Il mercoledì successivo contro l’Inter ha rimesso me e io ne ho fatti altri due. A lui piaceva fare così. Dopo la mia ultima partita a Lecce mi chiamò al telefono per invitarmi fuori a cena, una cosa che aveva fatto solo con Signori e Totti. Quella sera mi spiegò che si era comportato così con me perché sapeva che avevo un grande talento, ma il talento non basta: il talento per crescere dev’essere lavorato. Grazie a lui sono diventato un attaccante più completo”.

L’Italia

“L’esperienza più importante per me è stata quella in Italia, era casa mia. Io sono bulgaro ma quello che mi ha dato l’Italia nessun altro paese me l’ha dato: l’amore, la passione, la stima... qui si vede proprio che i tifosi vivono per il calcio.  L’Italia è il paese dove sono cresciuto, sono arrivato che avevo 13 anni, posso dire che è quasi come se fossi italiano ma con origini bulgare (ride n.d.r.)”.  

In bianconero

“Arrivare alla Juve ed essere allenato da Deschamps per me era il massimo, avere avuto lui come allenatore è stato qualcosa di incredibile: lo guardavo sempre in televisione. La mia vita era cambiata a 360 gradi: ero allenato da un campione del mondo, non potevo crederci. Era una persona con un carattere molto duro con una mentalità assolutamente orientata al risultato. Aveva sicuramente i suoi principi come il 4-4-2. Quando poi in squadra hai così tanti campioni come allenatore devi essere bravo a fare gruppo e a gestirli più dal lato psicologico che quello di campo, era più manager che mister. Devo dire che anche da lui ho imparato molto. La vita mi ha dato tanto in quel periodo: la Juventus la vedevo solo in televisione poi ad un tratto mi ci sono ritrovato a giocare e da lì ho imparato ad avere il DNA vincente. Quando sono arrivato a Vinovo ho sentito proprio un’aria diversa, giocare con campioni di quel calibro poi ti fa diventare un vincente anche perché in una squadra così c’è solo un’opzione: o vinci o vinci”.

I successi più importanti

“Nella mia carriera non ho vinto campionati ma considero la promozione in Serie A con la Juve come uno scudetto, la gente questo non lo capisce. Nonostante tutto quello che è successo infatti siamo arrivati primi, questa è stata la mia vittoria perché ho imparato tantissimo. Tra di noi c’erano campioni del mondo che sono rimasti in Serie B, lì ho imparato cosa vuol dire il sacrificio e come ci si allena in una grande squadra”.

A Manchester

“In Inghilterra sono stato allenato da Sven-Göran Eriksson. Mi ricordo che era sempre vestito benissimo, una volta mi disse che aveva più completi sartoriali che panchine. Non l’ho mai visto con la tuta fuori dal campo di allenamento, un vero e proprio signore. Da lui ho imparato la tranquillità e la serenità: era infatti una persona molto calma che non ha mai detto una parola fuori posto. Quando giocavo male ed ero nervoso mi prendeva sempre da parte in spogliatoio e mi tranquillizzava”.

Pallone d’oro?

“Quando dal Lecce sono stato venduto alla Fiorentina durante la conferenza di presentazione ho detto che avrei vinto il pallone d’oro, ma l’ho detto perché lo pensavo per davvero e lì volevo arrivare”.

Avversari e compagni

“Ho giocato contro tre difensori molto forti: Thuram, Cannavaro e Materazzi, diciamo che non facevano certo complimenti. Mi ricordo un Inter – Fiorentina dove, prima di entrare sul campo, Materazzi mi ferma e mi fa vedere i suoi occhi. Si era messo delle lenti rosse e mi ha detto “Io sono il diavolo, oggi ti mangio” (ride n.d.r.). Erano giocatori di un’altra generazione: giocavano molto duro, ma sapevo che se avessi avuto paura allora non dovevo più fare il calciatore e infatti io rispondevo. Cannavaro era un signore ma menava tanto, Thuram invece era un animale, quando andavi a contrasto con lui finivi sempre per terra. Tra i compagni che mi hanno aiutato tanto sicuramente c’è Pavel Nedved, un grande giocatore, per me è stato quello che mi ha dato di più nella Juventus. Una volta sono andato a casa sua e mi ha fatto vedere il pallone d’oro. Da lui ho appreso l’importanza dell’allenamento per arrivare alla vittoria, lui infatti si allenava dalla mattina alla sera. Mi ha detto: “Io non ho grandi qualità tecniche e quindi devo compensare con il lavoro e con la corsa, così ho vinto il pallone d’oro, perché ho lavorato di più di tutti”. Poi quando giochi in una squadra così importante come la Juventus sei un esempio per gli altri”.