Il calcio delle idee

Il calcio delle idee
Oggi alle 11:00Il punto
di Vittorio Sanna
Il Mondiale sta premiando identità, coraggio e qualità del gioco: una lezione che il calcio italiano dovrebbe osservare con attenzione per ripensare il futuro.

di Vittorio Sanna

C'è qualcosa di sorprendente che sta emergendo da questo Mondiale. Non sono soltanto i risultati. Non sono soltanto le sorprese. Non è neppure il fatto che il calcio si stia allargando a nuove geografie. La vera novità è un'altra: sempre più squadre arrivano ai grandi appuntamenti senza l'atteggiamento delle vittime predestinate. Giocano per vincere. Giocano il proprio calcio. Giocano per esprimere la propria identità.

Il Mondiale dell'identità e del coraggio
 

Per anni molte nazionali considerate minori hanno costruito le loro partite sulla negazione del gioco degli altri. Difendersi, resistere, limitare i danni. Oggi invece si vede qualcosa di diverso. Si vede coraggio. Si vede personalità. Si vede la voglia di interpretare il calcio secondo le proprie caratteristiche. Ed è forse proprio questo che sta mettendo maggiormente in difficoltà alcune delle grandi potenze tradizionali. Perché il calcio delle idee sta creando problemi al calcio delle formule. A quello dove ogni passaggio sembra programmato, ogni movimento codificato, ogni giocatore inserito dentro uno schema prestabilito.

L'ossessione del risultato ha finito spesso per soffocare il gioco. In questo Mondiale, invece, sembra accadere il contrario. Il gioco torna a essere il percorso attraverso cui raggiungere il risultato. E quando il gioco torna al centro, ritornano anche il piacere, il divertimento, la fantasia, l'imprevedibilità. Non è un caso che molte delle squadre più interessanti arrivino da realtà considerate periferiche rispetto ai tradizionali centri di potere del calcio mondiale. Il Giappone non è più una curiosità esotica. Il Marocco non è più una favola. La Norvegia non è soltanto Haaland. Persino realtà più piccole come Curaçao mostrano un'identità precisa e riconoscibile. Ognuna gioca le proprie carte. Ognuna valorizza ciò che possiede. Ognuna cerca la propria strada senza inseguire modelli costruiti altrove. E proprio qui sta la lezione più importante.

L'organizzazione deve valorizzare il talento
 

Le squadre che sorprendono non rinunciano all'organizzazione. La possiedono. Ma l'organizzazione non sostituisce l'identità. La esalta. L'idea viene prima del sistema.Il modello serve a valorizzare le caratteristiche dei giocatori, non a cancellarle.

Il calcio migliore nasce quando la struttura si mette al servizio del talento e non quando il talento viene sacrificato alla struttura. Per questo oggi vediamo squadre complete. Squadre che esprimono tutte le chiavi del calcio. La passione e il divertimento. La condizione fisica e atletica. La gestione delle emozioni. La conoscenza dell'alfabeto calcistico. La compattezza del gruppo. La relazione autentica tra compagni. In una parola: identità.

Sarà interessante capire se questa atmosfera di bel gioco e di imprevedibilità resisterà anche quando inizieranno gli scontri diretti. La fase a eliminazione diretta spesso porta prudenza, calcolo e paura di sbagliare. Ma intanto qualcosa è successo. Si è acceso un Mondiale capace di riportare il calcio alla sua essenza. Anche i grandi protagonisti sembrano essersene accorti. Messi, Mbappé, Kane.

I grandi campioni sembrano essere entrati nel torneo con lo spirito di chi vuole giocare, divertirsi, creare emozioni. Come se il calcio fosse tornato a essere, prima di tutto, un grande parco giochi. Ed è qui che l'Italia, costretta ancora una volta a guardare da lontano, dovrebbe fermarsi a riflettere. Forse il problema non è soltanto tecnico. Forse è culturale. Forse abbiamo trasformato il calcio in un'accademia permanente. Parliamo continuamente di sistemi, modelli, principi e procedure. Molto meno di fantasia, coraggio e identità.

L'organizzazione resta fondamentale. Nessuno la mette in discussione. Ma occorre ricordare che tutti i giocatori sono diversi. Tutte le squadre sono diverse. Tutte le culture calcistiche sono diverse. Le conoscenze da sole non bastano. Bisogna creare competenze. Bisogna saper adattare le idee alle persone e non le persone alle idee. Perché il calcio non è un processo industriale. È un fenomeno umano.

Una nuova cultura del calcio
 

Le squadre più affascinanti non sono quelle costruite in serie. Sono quelle uniche e irripetibili. Quelle che trovano la propria voce. Quelle che hanno qualcosa da raccontare. Da Curaçao al Brasile. Dal Marocco alla Norvegia. Dall'Asia all'Africa. Sta emergendo una rivoluzione che non è soltanto sportiva. È culturale.

Una nuova democrazia del pallone. Dove tutti possono competere. Dove tutti possono proporre. Dove tutti possono insegnare qualcosa. Purché abbiano il coraggio di avere un'idea.