Il lavoro preso a calci
C'è qualcosa nel calcio professionistico che, osservato con gli occhi di chi vive nel mondo normale del lavoro, diventa sempre più difficile da comprendere.
Contratti, merito e responsabilità nel calcio moderno
Nel lavoro dovrebbe essere una cosa abbastanza semplice: due parti assumono reciprocamente degli impegni, stabiliscono durata, mansioni, diritti, doveri e compenso. Si firma e, salvo nuovi accordi condivisi, lo si rispetta. Nel calcio no. Nel calcio abbiamo contratti di decine di pagine, clausole, bonus, opzioni, percentuali, premi, commissioni, diritti e cavilli di ogni genere. Eppure, paradossalmente, proprio dove tutto viene regolamentato nei minimi dettagli, il rispetto sostanziale del contratto sembra qualche volta diventare un optional. Basta una stagione positiva. A volte nemmeno una stagione intera. Bastano alcuni mesi, qualche gol, una serie di buone prestazioni, magari l'interessamento di un'altra società. Ed ecco comparire una parola magica: adeguamento. Il calciatore vale di più. Il procuratore bussa alla porta. Bisogna rivedere il contratto. Bisogna riconoscere il nuovo status. Perché? Non perché un lavoratore non debba vedere riconosciuto il proprio valore. Al contrario. Ma perché quel valore dovrebbe essere ridiscusso soltanto quando aumenta? Se io sottoscrivo un contratto quadriennale e durante il secondo anno gioco molto meglio del previsto, posso certamente essere premiato. Ma se nel terzo rendo molto meno? Se gioco male? Se perdo il posto? Se il mio rendimento crolla? Restituisco qualcosa?
Chiedo spontaneamente una riduzione dello stipendio? Naturalmente no. Ed è qui che il meccanismo comincia a diventare eticamente discutibile. Se il rendimento conta, deve contare sempre Forse sarebbe molto più trasparente costruire contratti differenti. Una parte fissa, certamente importante ma più contenuta, e una componente variabile realmente significativa collegata a parametri oggettivi e misurabili. Presenze, rendimento, risultati individuali e collettivi, obiettivi raggiunti, disponibilità professionale. Naturalmente con indicatori differenti secondo il ruolo, perché non possiamo valutare un difensore contando i gol o un attaccante attraverso i palloni recuperati. Ma il principio sarebbe chiarissimo: più produci valore, più guadagni. E dovrebbe valere anche il contrario.
Non come punizione, ma come principio di responsabilità. Perché nel calcio abbiamo progressivamente separato il concetto di retribuzione da quello di prestazione, creando situazioni nelle quali una società può ritrovarsi per anni a pagare cifre enormi a un professionista che non produce più un valore equivalente. Il rischio d'impresa esiste, naturalmente. Una società può sbagliare una valutazione. Ma se vogliamo introdurre continuamente il concetto dell'adeguamento verso l'alto, dobbiamo avere il coraggio di discutere anche tutto il resto. Non può esistere la meritocrazia a senso unico.
Fedeltà, esempio e cultura del lavoro
C'è poi un'altra degenerazione. Il valore di un calciatore non può essere stabilito dalla percezione che il calciatore ha di sé stesso. E neppure da quella di chi guadagna sul suo valore. Intorno a un professionista importante ruota un piccolo sistema economico: agenti, intermediari, consulenti e altre figure. Moltissime sono serie e indispensabili. Altre possono avere un interesse evidente affinché il valore economico del proprio assistito continui a crescere. Il rischio è confondere tre cose completamente differenti: autostima, valore sportivo e prezzo. L'autostima serve. Il calciatore deve credere in sé stesso. Ma quando l'autostima diventa egocentrismo e l'egocentrismo viene continuamente alimentato da chi ha interesse economico a far sentire il giocatore indispensabile, nasce un cortocircuito pericoloso. Non esiste più: "Quanto devo ancora migliorare?" Esiste: "Quanto mi devono dare?" È una trasformazione devastante soprattutto quando riguarda ragazzi molto giovani.
Il valore della fedeltà e dell'esempio
Se vogliamo davvero parlare di meritocrazia, introduciamo allora un altro parametro che nel calcio moderno sembra quasi archeologia: la fedeltà. Perché non premiare significativamente chi rispetta fino in fondo un progetto? Chi rimane, chi attraversa anche i momenti difficili, chi diventa riferimento dello spogliatoio e della comunità, chi costruisce appartenenza. In tantissimi settori professionali l'anzianità, la continuità, l'affidabilità e il rapporto costruito negli anni costituiscono elementi di valore. Nel calcio, invece, abbiamo creato un sistema nel quale molto spesso muoversi produce economicamente più valore che restare. Ogni trasferimento può generare nuovi contratti, commissioni, intermediazioni. La fedeltà produce molto meno movimento. E forse proprio per questo interessa meno a una parte del sistema. Ma per una società dovrebbe valere tantissimo. Ogni volta che si affrontano questi argomenti compare inevitabilmente il confronto tra il calciatore milionario e il lavoratore comune. Non serve. Sarebbe persino semplicistico. Un calciatore di Serie A appartiene a un mercato internazionale che produce ricavi enormi, ha una carriera breve, vive una competizione esasperata e possiede capacità professionali rarissime. È giusto che guadagni molto se il sistema genera quella ricchezza. Il problema non è quanto guadagna. Il problema è il rapporto tra diritti, doveri e responsabilità. E per capirlo non dobbiamo nemmeno uscire dal calcio. Basta scendere di due categorie. Guardiamo un professionista di Serie C. Si allena ogni giorno. Sacrifica il proprio corpo. Vive trasferimenti. Cambia città. Ha una carriera altrettanto breve. Può subire infortuni. Deve costruirsi una seconda vita professionale quando smetterà. Tra lui e alcuni colleghi della massima categoria esistono distanze economiche gigantesche che non sempre corrispondono a distanze tecniche altrettanto gigantesche. Perché anche una carriera dipende dagli incroci. Dall'allenatore incontrato. Dal procuratore. Dalla società. Da un infortunio evitato per centimetri. Dall'occasione ricevuta nel momento giusto. Dal famoso treno che passa. Non scandalizza il calciatore ricco.
Disturba il privilegio senza responsabilità. Perché un grande privilegio sociale dovrebbe comportare una grande responsabilità educativa. I bambini guardano i calciatori. Li imitano. Indossano le loro maglie. Ripetono le loro esultanze. Sognano di diventare come loro. E allora il professionista non può pretendere che ciò che accade fuori dal rettangolo di gioco sia sempre irrilevante. Quando ai valori sostituiamo il capriccio, la pretesa e la prepotenza, il privilegio diventa fastidioso. E soprattutto diventa educativamente dannoso. Perché il messaggio che arriva ai ragazzi è terribile: se diventi abbastanza importante, le regole possono diventare negoziabili. Se sei abbastanza bravo, puoi pretendere. Se qualcuno ti offre di più, ciò che hai firmato ieri vale meno.
Fuori dal grande calcio esiste un mondo nel quale milioni di persone lavorano bene per anni senza ricevere alcun adeguamento. Persone che aumentano competenze e responsabilità. Producono risultati. Rispettano orari e impegni. E magari l'aumento non arriverà mai. Per loro, molte volte, non vale neppure il vecchio proverbio secondo cui il lavoro paga. Ed è per questo che certi comportamenti del calcio professionistico diventano ancora più difficili da accettare. Non perché dovremmo impoverire i calciatori. Non perché dovremmo impedire loro di guadagnare ciò che il mercato è disposto a riconoscere. Ma perché chi riceve tanto dovrebbe sentire ancora più forte il dovere di restituire qualcosa attraverso professionalità, rispetto ed esempio. Il calcio può continuare a essere ricchissimo. Può pagare milioni. Può produrre campioni e celebrità. Ma non dovrebbe dimenticare una regola elementare che vale dal campetto di periferia fino alla Champions League: prima viene il lavoro. Poi il rendimento. Poi il riconoscimento. Non il contrario. Altrimenti non sarà più soltanto il pallone a essere preso a calci. Sarà il significato stesso del lavoro.
