Nicola Di Bitonto: "Grazie a Lulù ho avuto la maglia di Preud'Homme"



24.07.2020 14:12 di Vittorio Arba   Vedi letture
© foto di Christian Seu
Nicola Di Bitonto: "Grazie a Lulù ho avuto la maglia di Preud'Homme"

Cosa hanno rappresentato per voi giocatori i Fratelli Orrù e Ranieri?

Per noi sono state le pietre miliari. Tieni conto che per noi non sono stati solo i nostri presidenti, erano i nostri papà. Avevamo un «rapporto familiare» fantastico. Con Mister Ranieri lo stesso.

Che esperienza è stata avere Enzo Francescoli come compagno?

Per quasi tutti noi si trattava della prima esperienza in Serie A. Eravamo strafelici di aver raggiunto questo obiettivo; se non erro -forse- l'unico del campionato '90-'91  ad aver già giocato in Serie A era stato Gianfranco Matteoli, di tutti gli altri nessuno aveva già fatto l'esordio. Eravamo strafelici, era un premio alla nostra vita calcistica. Il trio Uruguayano era la ciliegina sulla torta. Un'esperienza bellissima. Grandi uomini e grandi professionisti.

Daniel Fonseca.

Fonseca era un po' acerbo come ragazzo, era un po' pazzerello; ma aveva qualità calcistiche immense. La sua storia parla chiaro, ha fatto una grandissima carriera.

Pepe Herrera.

Era forse il meno reclamizzato degli Uruguayani, ma era un martello pneumatico. Lo mettevi ovunque, difesa o centrocampo, jolly totale, faceva sempre il suo.

Com'era il rapporto fra compagni fuori dal calcio giocato?

Noi giovani scapoli eravamo un bel gruppetto e avevamo socializzato di più fra noi. Gli sposati uscivano principalmente con le loro famiglie. Però quando capitavano le occasioni, è stato sempre piacevole passare qualche ora con loro. 

Massimo Cellino.

Era già vulcanico. Aveva le idee chiare, da vero imprenditore, e lo ha dimostrato. Anche se prima non era mai stato nel mondo del calcio. Ovviamente al suo arrivo è cambiata la gestione. Non più quella paterna degli Orrù, ma qualcosa di più passionale e di più impegnativo. 

I tuoi «numeri uno»: Ielpo e Fiori.

Mario era in ascesa, infatti poi è passato al Milan. Valerio veniva da un'esperienza a tratti con la Lazio, dove aveva manifestato qualche incertezza. A Cagliari, forse per l'ambiente, o per merito del preparatore Adriano Bardin, si è ritrovato. Tutto questo è servito sicuramente alla sua crescita. 

Che ricordi hai delle trasferte Europee a Bucarest, Trabzon e Malines?

Per me in particolare – che fino a cinque minuti prima giocavo in un campo in terra battuta- è stata una di quelle esperienze che ti restano dentro per sempre. Col Malines soprattutto, che in porta aveva Michelle Preud'Homme, portiere fortissimo. Ricordo che – grazie a Lulù- riuscii ad avere la sua maglia.

Che effetto ti ha fatto tornare a Cagliari per l'amichevole di addio al Sant'Elia?

È stato un incontro strappalacrime. Incontri nuovamente tutti i tuoi vecchi amici. Tieni presente che la mia carriera calcistica è durata ventuno anni, compagni ne ho cambiati tanti. Spesso ti perdi di vista. È stata un'occasione bellissima per ritrovarsi. A volte – ti dico- pure un pochettino triste. A volte (ride ndr) non li riconosci più; abbiamo tutti qualche chiletto in più, i capelli più bianchi (ride ndr). 

Intervista a cura di Federico Ventagliò