Budel si racconta: “A Cagliari stavo benissimo, andar via fu difficile. Il futuro? Mi piacerebbe tornare operativo nel calcio”
Alessandro Budel, ex centrocampista del Cagliari e oggi commentatore per DAZN, è stato ospite di Sport Management Tips, podcast condotto da Alessandro Preda e dall’ex calciatore rossoblù Andrea Pisanu. Nel corso della puntata, Budel ha ripercorso alcuni passaggi della sua carriera, soffermandosi anche sull’esperienza in Sardegna, sul difficile addio al Cagliari, sul ruolo dei leader nello spogliatoio e sulla sua nuova vita professionale dopo il calcio giocato. Di seguito le sue parole, sintetizzate da TuttoCagliari.net.
Il post-carriera di Budel
“Ho iniziato nell’azienda di famiglia, partendo dal magazzino”
Chi è Alessandro Budel oggi, dopo la carriera da calciatore?
“Quando ho finito di giocare ho iniziato nell’impresa di famiglia, un’azienda che produceva borse di lusso. Mio padre ha sempre fatto il pellettiere e io ho iniziato dal magazzino, per capire bene i processi produttivi, fino a diventare poi amministratore. È stata una bellissima esperienza. Poi ho aperto sei campi da padel a Tolcinasco, in un golf club a Milano, insieme al mio socio Nicola Mora. Anche quella è un’impresa che ti impegna molto, ma siamo rimasti nello sport. E poi oggi commento per DAZN, che è una cosa che mi permette di coltivare ancora la passione per il calcio. Una passione che rimane sempre nel cuore”.
“Non mi ha mai fatto paura rimettermi in gioco”
Com’è stato il passaggio dal campo a una nuova vita professionale?
“Come carattere non mi ha mai fatto paura riniziare e rimettermi in gioco. Non ho mai vissuto solo di quello che avevo fatto da calciatore. A meno che tu non sia Del Piero, Totti o Messi, quando smetti sai che quello che hai vissuto per tanti anni a un certo punto non c’è più. Rimettermi in gioco nell’azienda di famiglia, dove hai anche un interesse maggiore perché cerchi di fare il meglio, è stata una bella esperienza. Sono partito dalle basi, dalle fondamenta, ed è stato un percorso che rifarei. Mi ha dato tanto”.
La passione per il calcio
“Non c’è mai stato un giorno in cui ho detto: non ho voglia di giocare”
Avevi già progettato questo passaggio prima di smettere?
“No, zero. Devo dire la verità: io avrei voluto allenare. Mi vedevo sempre dentro un campo, con il verde e il profumo dell’erba. Non riuscivo a vedermi fuori dal campo. Nella mia carriera ho sempre avuto grande passione. Non c’è stato un giorno della mia vita in cui ho detto: ‘Non ho voglia di giocare’. Poi è chiaro, da fuori sembra tutto bello, ma ci sono momenti difficili: le critiche, le sconfitte, la partita persa, il giornale, i tifosi. Però quando alla fine andavo in campo e vedevo il pallone, dimenticavo tutto. Oggi commentare mi permette ancora di tenere viva questa passione. E domani, chissà, mi piacerebbe magari tornare più operativo”.
L’Alessandro Budel da bambino
“La prima cosa che mi viene in mente è la passione”
Se ripensi al Budel bambino e al percorso nel settore giovanile, quali caratteristiche ti hanno permesso di arrivare?
“La prima cosa che mi viene in mente è la passione. Io avrei giocato dalla mattina alla sera, non c’era altro. Secondo me quella è stata la prima cosa. Poi ho avuto la fortuna di crescere nel settore giovanile del Milan. Lì ho avuto tanti esempi positivi, perché la prima squadra era piena di giocatori e di personalità forti. Il Milan, in quei tempi, mi ha dato anche un senso di educazione. Era un impegno serio, facevi le cose in un certo modo. Ho avuto anche ricordi duri degli allenatori, però è stato educativo. Se devo scegliere una cosa, dico la passione. Per me il calcio è stata veramente la vita. Ancora oggi, quando ripenso ad alcuni momenti, mi sento fortunato: fare di una passione un lavoro è una delle più grandi fortune che ho avuto”.
Il ricordo di Cagliari
“Qui stavo benissimo, lasciare questa piazza fu difficile”
Nella tua carriera c’è stato un momento delicato in cui senti di poterti dire bravo?
“Prendo l’esempio di Cagliari, visto che siamo qua. Io stavo rinnovando con il Cagliari, poi ci fu quell’episodio tra Foggia e Marchini. Non voglio tornare sull’episodio, però in quel momento, per alcune vicissitudini, mi sono dovuto rimettere in gioco. Mi dico bravo perché fu un dispiacere. A Cagliari stavo benissimo, era una piazza fondamentale e importante per me, giocavo con continuità. Dover andar via per problematiche che non erano mie fu difficile. Mi sono allenato dieci giorni da solo con i Giovanissimi del Milan, poi mi sono rimesso in gioco, ho trovato l’Empoli ed è ripartita la mia carriera. È stato un momento non facile, ma sono rimasto coerente con quella che era la mia personalità. In quel momento magari mi ha tolto qualcosa, però poi nella vita te lo può ridare”.
I momenti più belli della carriera
“Vincere un campionato ti resta dentro il cuore”
Qual è uno dei momenti che rivivi con più affetto e gioia?
“Credo che le vittorie dei campionati siano qualcosa di indelebile, che ti resta dentro il cuore. Penso alla vittoria con il Parma, alla vittoria con il Brescia. Vincere un campionato, con una città che ti sta dietro, è qualcosa di unico. È una soddisfazione anche più grande di un gol, perché c’è il lavoro di un gruppo, di una squadra, di tanti sacrifici. Il gol è istantaneo, mentre la vittoria di un campionato rappresenta il raggiungimento di un risultato collettivo. Secondo me quella è la vera gioia”.
Il valore del gruppo
“Nel calcio non puoi vincere se non hai gruppo”
Nei campionati vinti, quali erano i punti in comune tra ambiente, squadra e leader?
“La prima cosa che mi viene in mente è il gruppo. Nel calcio non puoi vincere se non hai gruppo all’interno del campo. Non significa per forza andare tutti d’accordo fuori dal campo o essere tutti amici, anche se quello può aiutare. Tu devi essere fratello all’interno del campo, devi lottare insieme, avere una certa sincronia. Poi vengono la qualità tecnica e tutto il resto, ma le qualità morali di una squadra e il gruppo sono fondamentali. Senza quello è impossibile vincere”.
“Il leader non è quello che urla di più”
Quanto incide il leader nel creare questi valori?
“Incide tanto. Quando ho iniziato io, negli spogliatoi c’erano tante personalità forti. Man mano che la mia carriera andava verso la fine, ne vedevo sempre meno. Il leader è quello che ha la chiave per ognuno. Non si tratta tutti alla stessa maniera. Ci sono momenti in cui l’allenatore non può arrivare e lì interviene il capitano, il leader dello spogliatoio. È quello che si prende responsabilità nei momenti di difficoltà, che trova la chiave giusta per l’attaccante che non segna o per il portiere che ha appena fatto un errore. Tante volte si pensa che il leader sia quello che urla, ma quello non è necessariamente un leader. Il leader viene riconosciuto dagli altri. C’è il capitano con la fascia e ci sono i capitani veri all’interno dello spogliatoio. Non sempre chi porta la fascia è il vero capitano”.
Gli allenatori più importanti
“Mandorlini mi ha formato caratterialmente”
Tra gli allenatori che hai avuto, chi ti ha impressionato di più?
“Ho avuto vari allenatori importanti, ognuno per caratteristiche diverse. Il primo nome che mi viene in mente è Mandorlini. È stato molto importante nella mia carriera: un allenatore tostissimo, di grande personalità. Gli piacevano i giocatori di personalità. O con lui smettevi o ti formava caratterialmente. Nella mia crescita è stato fondamentale, perché gli piaceva il giocatore che verticalizzava, che si prendeva responsabilità. Mi ha fatto capire cose importanti per il calcio”.
“Calori era molto bravo nella gestione umana”
Ci sono altri tecnici che ti hanno lasciato qualcosa?
“Calori, a Brescia, secondo me non ha avuto il grande successo che avrebbe meritato, ma era molto bravo nella gestione umana. Aveva grandi valori umani e sapeva gestire spogliatoi importanti. Poi ho avuto allenatori molto bravi in campo, come Giampaolo, che in quei tempi erano un po’ illuminari del calcio. Sicuramente mi dimentico qualcuno, ma questi sono stati allenatori importanti per me”.
L’evoluzione degli allenatori
“Oggi hanno molti più strumenti, ma la relazione resta fondamentale”
Gli allenatori si sono evoluti rispetto ai vostri tempi?
“Sì, oggi hanno conoscenze e strumenti molto diversi. Hanno supporti psicologici, figure intorno allo staff e strumenti che aiutano sia loro sia i giocatori. Noi abbiamo avuto allenatori che non avevano tutto questo. Anche dal punto di vista tecnico-tattico oggi è difficile trovare allenatori impreparati. Ai nostri tempi c’erano allenatori che magari davano la formazione il martedì e poi fino alla domenica si facevano possesso e partitina. Oggi questo non esiste più. Però, secondo me, la bilancia è ancora troppo spostata sulla parte tecnico-tattica. Si pensa che con tecnica e tattica si possano vincere le partite, ma per me incidono forse al 30%. Tutto il resto è relazione: riuscire a entrare dentro le persone, comunicare la propria idea e farla sposare al gruppo”.
Gli ex compagni diventati allenatori
“Gilardino mi ha sorpreso, De Rossi sembrava già maturo a 18 anni”
Hai avuto ex compagni che vedevi già proiettati verso la panchina?
“Mi viene più facile pensare a quelli che non mi aspettavo. Gilardino, per esempio: oggi lo apprezzo molto come allenatore. Per come lo conoscevo io era un ragazzo giocherellone, empatico, bello da vivere nello spogliatoio, ma non lo vedevo così ‘malato’ di tattica e di squadra. Invece oggi apprezzo tanto l’identità delle sue squadre. Daniele De Rossi, invece, lo vedevi già quando giocava. Ci parlavi e capivi che era molto maturo. L’ho incontrato in Coppa Italia quando aveva 18 anni e sembrava ne avesse 30, con dieci anni di esperienza. A Roma per anni è stato riconosciuto come capitano vero nello spogliatoio”.
Budel imprenditore
“Il calcio ti aiuta nella gestione delle persone”
Com’è fare l’imprenditore dopo tanti anni da calciatore professionista?
“Quando giochi sei un po’ imprenditore di te stesso. Dipende da te: se non rendi, non fai contratti e non vai avanti. Sei abituato a vivere in prima persona. Fare l’imprenditore è stato abbastanza semplice da un certo punto di vista, perché il calcio ti aiuta soprattutto nella gestione delle persone. L’imprenditore, alla fine, gestisce persone. Da solo non fa nulla. Se non riesce a delegare o vuole fare tutto da solo, secondo me è destinato ad andare male. Noi abbiamo vissuto una vita dentro uno spogliatoio. Quando entravo in azienda, magari non sapevo ancora come si faceva una borsa, però capivo subito se una persona aveva qualcosa che non andava. Lo spogliatoio è una grande scuola”.
Il difficile momento dell’addio al calcio
“Quando smetti devi riuscire a switchare”
Secondo te qual è la chiave per ricominciare dopo una carriera da professionista?
“È difficile per tutti staccare, perché vivi una vita molto particolare, quasi completamente incentrata su te stesso. Il focus è tutto lì: il calcio, la prestazione, l’adrenalina, l’attenzione. Quando non vivi più quell’adrenalina, se non riesci a switchare subito fai fatica. Secondo me è molto meglio quando capisci che il tuo ciclo è finito e decidi tu di smettere, rispetto a quando ti fanno smettere. Tanti vanno avanti per inerzia perché non hanno ancora pensato a cosa fare dopo. Ma la maggior parte dei calciatori finisce intorno ai quarant’anni, quindi hai ancora più di metà vita davanti. Mentalmente devi staccare, altrimenti resti attaccato al passato e non riesci a goderti quello che viene dopo”.
“Ho deciso io di smettere”
Tu hai deciso da solo quando fermarti?
“Sì. Fisicamente avrei potuto fare ancora un paio d’anni, però avrei dovuto scendere di categoria. Ero in Serie B, volevo comunque finire ad alti livelli. Potevo andare a Catania, una piazza importante, però dentro di me non avevo più quel fuoco. Nel mio ruolo è un gioco diverso: rischi di andare lì, finire male, prendere critiche. Probabilmente non avevo più quel fuoco dentro per andare avanti e sopperire ancora ad alcune cose. Alla fine ho deciso di smettere”.
Il futuro di Alessandro Budel
“Mi piacerebbe tornare operativo nel calcio”
Guardando al futuro, tra dieci anni che immagine hai di Alessandro Budel?
“Devo dire la verità: un’immagine chiara no. So che ho degli obiettivi. Mi piace il calcio, mi piace stare dentro questo mondo e mi piacerebbe tornare a essere operativo. Dove e come, in questo momento, non è ancora chiaro nella mia testa. Però un sogno ce l’ho sicuramente. Non lo dico, ma ce l’ho”.
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