Gigi Riva, Vittorio Sanna nel progetto Treccani: "Essere identificato in questa collana è una consacrazione"
In occasione della presentazione a Cagliari del volume dedicato a Gigi Riva, parte della collana Miti Italiani dell'Enciclopedia Treccani, ai microfoni di Radio Super Sound è intervenuto il giornalista e radiocronista Vittorio Sanna. Di seguito un estratto delle sue parole.
Perché Riva è un mito italiano?
"È un mito italiano perché si è fatto sempre amare un po' da tutti. Pur essendo un giocatore che in campo si spendeva tanto, combatteva e giocava per la maglia del Cagliari e della Nazionale con tanta verve, era anche un uomo estremamente corretto. Simbolo di tutto questo è la stretta di mano al "boia del Prater", Norbert Hof, quando lo rincontrò dopo che gli aveva fratturato la tibia e il perone nella partita contro l'Austria: gli si avvicinò e gli porse la mano. È proprio il segno della sua correttezza. Poi, giocando per il Cagliari, non scontentava nessuno né l'Inter né il Milan, perché faceva parte di una squadra che in quel momento non apparteneva al rango maggiore; per questo la maggior parte dei tifosi, anche non cagliaritani, lo guardava con tanta ammirazione".
A proposito di squadra, non era lui che giocava per la squadra, ma la squadra che giocava per lui
"Sì, a un certo punto l'allenatore (Manlio Scopigno) fece questa scelta strategica, che aveva capito fosse necessaria per compattare e valorizzare appieno la squadra: identificare il condottiero in Gigi Riva. Si arrivò a cedere Boninsegna, un altro grande attaccante, lasciando Riva come punto di riferimento. In quel momento il Cagliari vinse lo scudetto, con tutti i compagni che giocavano per Riva perché sapevano che Riva giocava per la squadra".
Come ha costruito la sua leadership che lo ha portato poi a vincere lo scudetto con la squadra?
"Nel profondo, aveva una grande voglia di affermarsi e di spaccare il mondo. La sua infanzia terribile lo portava a giocare per realizzarsi e sentirsi forte, dopo essere stato sottoposto a situazioni difficili per un bambino: la perdita del padre prima e della madre a 14 anni. Nel calcio ritrovava la sua serenità, il suo riscatto e la voglia di dimostrare che poteva affrontare il mondo con le sue forze, il suo orgoglio e la sua identità. Teneva tantissimo alla propria integrità morale ed è diventato un leader proprio per questo: un riferimento per valori e per valore".
Uno dei tuoi saggi si intitola "Restare". Lui è restato: cosa ha significato fare questa scelta per Gigi Riva?
"Riva c'è ancora! Lo dimostra il fatto che, malgrado la sua presenza fisica sia venuta meno, si continua a festeggiare il suo compleanno e gli si dedica un libro di questo spessore. È nel cuore della gente, in particolare di quella sarda. "Restare" ha significato trovare una dimensione, un posto dove avere un riferimento, una famiglia e una certezza. Un bambino che perde i genitori rischia di diventare un uomo incerto; lui qui ha trovato le sue certezze e, con la sua grande empatia, ha pensato a quanto dolore avrebbe dato ai sardi se fosse andato via".
E i giovani, cosa sanno di lui secondo te?
"Tutto quello che noi gli stiamo porgendo. Dipenderà da noi trasmettere il mito di Riva, così come si faceva a scuola con i classici greci e l'epica per insegnare a leggere e scrivere. Anche noi dobbiamo trasmettere il suo esempio per insegnare ad assumersi le responsabilità e a capire i valori della vita. La sua è una parabola di un uomo vero; gli esempi concreti sono quelli che permettono di realizzare totalmente la trasmissione dei valori, e Riva è uno di questi".
Il prossimo 7 novembre avrebbe compiuto gli anni: un bel pensiero e un bel regalo sia da parte tua con quello che hai scritto, sia per l'opera della Treccani che ti ha inserito tra gli autori.
"In realtà il regalo lo ricevo io: in un panorama così vasto, essere identificato dalla Treccani per dare il mio contributo in questa collana dedicata ai miti italiani è stato per me una vera consacrazione".
