Marco Sanna si racconta: "Il Cagliari in UEFA era la squadra più forte in cui ho giocato. Io ci ho messo fame, sacrificio e professionalità"

Marco Sanna si racconta: "Il Cagliari in UEFA era la squadra più forte in cui ho giocato. Io ci ho messo fame, sacrificio e professionalità"TUTTOmercatoWEB.com
Ieri alle 23:45News
di Vittorio Arba

Marco Sanna, ex centrocampista del Cagliari e protagonista della storica cavalcata rossoblù in Coppa UEFA nella stagione 1993-94, è stato ospite di Sport Management Tips, podcast condotto da Alessandro Preda e dall’ex calciatore rossoblù Andrea Pisanu. Nel corso della puntata, Sanna ha ripercorso la sua carriera, il percorso che lo ha portato fino alla Serie A, il rapporto con il Cagliari, il ricordo di Gigi Riva e il lavoro da allenatore con i giovani. Di seguito le sue parole, sintetizzate da TuttoCagliari.net.

L’esperienza da allenatore

“La mia missione era far migliorare qualche ragazzo”

Oggi fai l’allenatore. Che esperienza è stata quella con la Primavera della Torres?

“Ho fatto negli ultimi tre anni l’allenatore nella Primavera della Torres. È stata un’esperienza che mi è piaciuta tanto. La missione che ho avuto in questi tre anni era quella di far migliorare qualche ragazzino e penso di esserci riuscito. È una cosa che mi appaga molto. Soprattutto negli ultimi due anni abbiamo fatto la Primavera 3, un campionato al di sopra delle nostre qualità sia tecniche che fisiche. Abbiamo subito molto, ma questo ci ha dato forza e determinazione per non mollare mai. I risultati purtroppo non sono venuti, però sono estremamente contento dei ragazzi perché non hanno mai mollato. Ho trovato due gruppi spettacolari”.

“Siamo riusciti a far esordire due ragazzi in prima squadra”

L’obiettivo principale di una Primavera dovrebbe essere anche quello di portare ragazzi in prima squadra?

“Sì, la Primavera dovrebbe essere il serbatoio per la prima squadra. Quest’anno è stato molto difficile far esordire qualche ragazzo, perché la Torres ha attraversato un periodo particolare dopo aver fatto molto bene negli anni scorsi. Però siamo riusciti a far esordire due ragazzi in prima squadra, Fois e Soggiu, e siamo molto soddisfatti. Anche perché in Primavera 3 spesso si vedono ragazzi che scendono dalla prima squadra, mentre noi cercavamo di fare il percorso opposto: portare i ragazzi dalla Primavera alla prima squadra. È molto più difficile”.

Il calcio di ieri e quello di oggi

“Sono due ere diverse: è cambiata la fame”

Cosa è cambiato nei ragazzi di oggi rispetto a quando eri giovane tu?

“Sono due ere diverse. Io giocavo veramente per strada. Quello che è cambiato è la fame di raggiungere un obiettivo. Non dico che sia meglio o peggio, però per me ha significato tanto. Mio padre e mia madre non mi hanno mai portato agli allenamenti. Andavo con l’autobus. Oggi i ragazzi, se non li porti a fare un’ora di calcio, spesso non la fanno. Io stavo in piazzetta sei ore e se non mi chiamava mio padre non salivo. La determinazione, la fame e la voglia di arrivare che avevamo noi da ragazzini oggi vengono un po’ meno”.

“Io volevo provarci con tutte le mie forze”

Da dove nasceva la tua determinazione?

“Io sono cresciuto in una famiglia numerosa, eravamo otto figli. Non ci è mai mancato da mangiare, però c’era poco. Quando chiedevi un paio di scarpe dovevi aspettare. Questa voglia probabilmente deriva da quella condizione. Io ho iniziato a lavorare presto con mio padre e i miei fratelli. Lavoravo la mattina, poi andavo ad allenarmi. Un giorno un caro amico mi chiese: ‘Ma tu cosa vuoi fare?’. Io gli risposi: ‘Ci voglio provare’. Ci ho provato con tutte le mie forze”.

Il percorso verso il Cagliari

“Non ero il più bravo, ma avevo fame”

Ti sei fatto tanta gavetta prima di arrivare in Serie A.

“Sì, mi sono sbucciato. Ho fatto un anno in Interregionale e cinque anni di C2. Non sono arrivato al Cagliari così, dal nulla. Ho fatto grande fatica. Non so se con merito, ma se mi hanno preso vuol dire che qualcosa di buono avevo fatto vedere. Non ero il più bravo, però forse ero quello che aveva più determinazione. La parola giusta è fame. Io avevo proprio fame di arrivare e piano piano ci sono arrivato. Se sono riuscito a giocare in Serie A e a togliermi tante soddisfazioni è perché avevo fame. Qualità non ne avevo tantissime e fisicamente non ero grandissimo. Quello che ho fatto l’ho fatto perché avevo fame”.

“Quando sono arrivato al Cagliari ho capito di essere uno dei meno preparati”

Quando hai capito che ti stavi avvicinando al tuo sogno?

“Quando sono arrivato al Cagliari. In C2 ero diventato forte, non il più forte, ma ero diventato forte. Quando sono arrivato al Cagliari, invece, mi sono reso conto di essere uno dei più scarsi. Anzi, il termine giusto è: uno dei meno preparati. Rientravo dall’allenamento e mi sdraiavo, perché per arrivare al livello degli altri dovevo interpretare ogni allenamento al 200%. In realtà, trasformavo anche il 60% in 300%, perché altrimenti non avrei mai giocato. C’erano giocatori molto più forti di me: Herrera, Bisoli, Matteoli. Matteoli era un’altra categoria. Fisicamente ero la metà di alcuni, tecnicamente la metà della metà. Per questo dovevo dare sempre il 300%”.

L’arrivo in rossoblù

“Il primo impatto? Cellino e Gigi Riva”

Qual è stato il primo momento di forte impatto quando sei arrivato al Cagliari?

“Il primo momento di shock a Cagliari è stato il giorno in cui ho incontrato il presidente Cellino e Gigi Riva. È stato emozionante. Di Riva avevo sempre sentito parlare come di un mito, un personaggio particolare. Trovarselo lì davanti, di colpo, è stato incredibile. L’ho incontrato tante volte negli anni ed è sempre stato una persona di un altro livello. Uno che veniva lì, ti salutava, ti chiedeva come stavi. Un personaggio come lui oggi ce ne sono pochi”.

La grande stagione europea del Cagliari

“Quella era la squadra più forte in cui ho giocato”

Che ricordo hai del Cagliari della cavalcata in Coppa UEFA?

“La squadra che ha giocato in Coppa UEFA era di un livello superiore a tutte le altre con cui ho giocato. C’erano giocatori forti, più pronti e anche più maturi. Il primo anno avevo giocato con Francescoli e Matteoli, che sono stati insieme i giocatori più forti con cui abbia mai giocato. Ma l’anno successivo ci fu un mix importante. La squadra era molto forte: erano arrivati Dely Valdés, Olivera, Moriero, c’era Allegri che giocava e non giocava, ma tecnicamente era uno dei più forti. Anche in panchina c’erano ragazzi che potevano giocare titolari. Il livello si era alzato tantissimo. Quella squadra è arrivata a quei risultati perché aveva un livello tecnico molto alto. La squadra di quell’anno è stata la più forte in cui ho giocato”.

“Matteoli era il punto di riferimento per tutti”

Com’era il gruppo dentro lo spogliatoio?

“Il gruppo era molto forte. A capo c’era Gianfranco Matteoli, insieme a qualcun altro. Gianfranco era il punto di incontro per tutti. Era talmente superiore tecnicamente che bastava dargli la palla. Era il leader tecnico, ma anche un leader dentro lo spogliatoio. Era quello che andava a parlare con la società. Poi c’erano giocatori stranieri già affermati nelle proprie nazionali: Herrera, Olivera, Dely Valdés, che l’anno prima era stato capocannoniere in Uruguay. E poi dietro c’erano Firicano, Napoli, Villa, Pusceddu. Era una squadra molto forte”.

Il rapporto con Bruno Giorgi

“Per lui ero il soldatino. E a me andava bene”

Che ruolo avevi in quel Cagliari?

“Bruno Giorgi mi faceva giocare in tutte le posizioni. Per lui ero il soldatino, e a me andava bene. Mi è capitato di giocare a destra al posto di Moriero, che tecnicamente era tre volte più forte di me, però magari in quella partita il mister vedeva me in quella posizione perché c’era un avversario da tamponare. Ho giocato anche da terzino destro e da terzino sinistro, quando mancò Vittorio Pusceddu. Lui vedeva in me questo spirito di adattamento e di lavoro per la squadra”.

“Mi disse di restare e aveva ragione lui”

Hai mai pensato di andare via per giocare di più?

“Sì. Prima della partita con il Trabzonspor, Giorgi mi aveva provato con la formazione titolare, poi arrivammo in Turchia e non mi fece giocare. Avevo qualche richiesta dalla Serie B, allora andai da lui e gli dissi che c’era questa possibilità. Gli dissi che se al Cagliari non avevo la possibilità di giocare o di essere protagonista, sarei potuto andare a giocare anche in Serie B. Lui mi rispose: ‘No, tu rimani con noi e vedrai che sarai protagonista’. Aveva ragione lui, perché poi mi ha fatto giocare quasi sempre, togliendo anche giocatori più bravi di me. Non perché fossi più bravo tecnicamente, ma perché gli servivo in determinate partite e in determinate posizioni”.

La marcatura su Roberto Baggio

“Ho marcato Baggio, ma anche tutti gli altri numeri 10”

Tutti ricordano la tua marcatura su Roberto Baggio nella gara contro la Juventus.

“Tutti, o quasi, si ricordano di quella marcatura. Ma quell’anno io ho marcato sì Baggio, ma anche tutti gli altri grandi numeri 10. Allora c’erano i numeri 10 veri: Totti giovane, Del Piero giovane, Mancini, Doll, Hässler. Io li ho marcati tutti. Bruno Giorgi era un allenatore un po’ all’antica, ma attualissimo. Lui diceva: ‘Che numero hai? 4? E tu sei il 10’. Finiva lì. Io mi adattavo molto a quella situazione e quella cosa riuscivo a farla molto bene”.

La professionalità come valore

“Se molli hai perso tu”

Qual è oggi la tua fame da allenatore?

“A me piacerebbe fare meglio. Qui in Sardegna è molto difficile, però non so dove sarò il prossimo anno: Promozione, Eccellenza, Interregionale. Ovunque sarò, ce la metterò tutta e farò le cose con grande professionalità, come ho sempre fatto. Questa cosa non mi deve mai mancare e non mi mancherà mai. Se tu molli, hai perso. Le partite si possono perdere perché magari l’avversario è più bravo, però tu devi sempre fare le cose con grande professionalità. Non parlo di professionismo, perché è un’altra cosa. Parlo di professionalità: ci deve essere dalla Terza Categoria fino all’Interregionale. Se non fai così, non ha perso la squadra: hai perso tu. E se non sei così, non lo trasmetti allo staff, alla società e soprattutto ai giocatori”.

Il consiglio ai giovani

“Non andate al campo a fare il compitino”

Che consiglio daresti a un giovane calciatore che sogna il professionismo?

“L’ho detto qualche giorno fa anche ai ragazzi che ho allenato: non bisogna andare al campo a fare il compitino. Non devi andare al campo solo perché l’allenatore ti chiede un determinato passaggio o una determinata cosa. Devi andare al campo per fare le cose per te stesso e vedrai che così aiuti anche gli altri. Devi metterci tutta l’energia che hai e soprattutto quella fame di cui abbiamo parlato. Altrimenti non ce la farai mai. Ho avuto compagni molto più bravi di me tecnicamente, anche in C2 e in Interregionale, che non sono arrivati perché facevano il compitino. Magari arrivavano in ritardo agli allenamenti o non avevano quella determinazione. Io sono convinto di quello che dico perché l’ho vissuto sulla mia pelle”.

La mentalità del leader

“L’allenatore deve essere un esempio”

Quanto conta essere un esempio per i propri giocatori?

“Conta tantissimo. I giocatori devono prendere l’allenatore come esempio. Se l’allenatore sbaglia un termine, un comportamento o un atteggiamento, un calciatore se ne accorge subito. Io ho fatto il calciatore per 25 anni e queste cose le notavo immediatamente. Per questo dico che bisogna essere sempre professionali. Se l’esempio è sbagliato, sarà sbagliato anche l’atteggiamento degli altri”.

“I veri leader creano altri leader”

Nel podcast avete parlato anche di responsabilità condivisa e leadership. Ti ci ritrovi?

“Sì, assolutamente. Devi essere d’esempio, altrimenti se l’esempio è sbagliato è sbagliato anche l’atteggiamento degli altri. A me, per esempio, non piace rimproverare i ragazzi usando parolacce o bestemmie. Non mi appartiene proprio. Questa è una cosa che vivo ogni giorno con i miei ragazzi. L’atteggiamento dell’allenatore deve trasmettere qualcosa di positivo”.

Il calcio moderno e i valori

“Le ere sono cambiate, ma non significa che oggi sia tutto sbagliato”

Il calcio e i giovani sono cambiati molto rispetto al passato. È per forza un male?

“No, non significa che oggi sia tutto sbagliato. Io ho due figli e so benissimo che vivono in un’altra era, con i telefonini e tutto il resto. Però non è tutto sbagliato. Il problema è che sia oggi sia nella nostra epoca ci sono state e ci sono esagerazioni. Prima si esagerava in un modo, oggi si esagera in un altro. Bisogna trovare sempre la strada giusta anche in quest’epoca”.

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