Porrà: "Riva trovò una nuova famiglia in Sardegna. Scopigno conosceva tutte le sue ferite"

Porrà: "Riva trovò una nuova famiglia in Sardegna. Scopigno conosceva tutte le sue ferite"TUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 22:15News
di Vittorio Arba

Il giornalista Giorgio Porrà è intervenuto al Teatro Lirico di Cagliari durante la serata dedicata a Gigi Riva, organizzata in occasione dell'82° anniversario della nascita di Rombo di Tuono. Nel corso dell'evento, che ha visto la presentazione del volume biografico "Gigi Riva" della collana Miti Italiani di Treccani, Porrà ha ripercorso il rapporto tra il leggendario attaccante rossoblù e Manlio Scopigno, tecnico dello storico Scudetto del 1970, soffermandosi sulle rispettive personalità e sul profondo legame che li univa. Di seguito alcuni passaggi del suo intervento, sintetizzati da TuttoCagliari.net.

Porrà: "Scopigno conosceva le profondità di Riva e sapeva proteggerlo"

"Quando l'ho conosciuto Gigi era un vero selvaggio, ruvido, scostante, insomma non so quanti insulti gli ho rivolto. Ma la mia cura poi ha dato buoni frutti", ha ricordato Porrà, riportando le parole dello stesso Scopigno. Il giornalista ha quindi approfondito il rapporto tra i due protagonisti dello storico Cagliari: "Scopigno delle profondità di Riva tutto conosceva, mai si stancò di sondarle, di investigarle, di proteggerle. Lista lunga, di asperità assortite, di spigoli della natura selvatica, le ferite dell'infanzia, le voragini affettive mai veramente colmate. Scopigno sapeva delle sue notti insonni, delle corse in Spider bordeggiando scogliere e strapiombi, come dei rombi e tuoni di un ombroso purosangue del quale il tecnico sapeva comunque gestire i silenzi ostinati e anche i furori improvvisi".

"Riva detestava le celebrazioni. Per lui il calcio era un lavoro da rispettare"

Porrà ha poi descritto il carattere schivo di Rombo di Tuono, poco incline alla notorietà e alle celebrazioni: "Riva era divo suo malgrado, detestava le celebrazioni, l'idolatria che lo circondava. Riva scavava trincee tra sé e la mondanità, tra sé e l'apparenza, tra sé e il superfluo". Un atteggiamento che emergeva anche dalle parole dello stesso campione, ricordate dal giornalista durante il suo intervento: "Io voglio essere soltanto un uomo, non una faccia da copertina. La gente invece il campione lo vuole campione in tutto, ma il campione è quello che è. Lavoro duro sul campo, poi vado dal mio amico meccanico a farmi spiegare delle cose che mi appassionano, che potrebbero servirmi in futuro", raccontava Riva.

Sul significato del calcio nella vita dell'attaccante: "Per lui da ragazzo il pallone era sopravvivenza, si lanciava nelle partitelle serali dopo i turni in fabbrica, poi diventò lavoro da rispettare. Segnare, segnare, segnare ancora, per fare bene il proprio dovere. Insomma chiamarlo gioco non gli veniva naturale, certo gli aveva dato un'identità, un posto nel mondo, un popolo capace di sbrinargli il cuore, e nel quale anche riconoscersi, specchiarsi. Cagliari, il Cagliari, la nuova famiglia. Scopigno il fratello maggiore con il quale imparare a vivere".

"Gigi era vero, scolpito dal dolore e illuminato dal talento"

Il giornalista ha ricordato anche le difficoltà affrontate da Riva durante l'infanzia, dagli anni trascorsi in collegio alla povertà, esperienze che contribuirono a forgiarne il carattere: "Gigi era vero, spudoratamente vero, privo di orpelli, sovrastrutture, scolpito dal dolore, illuminato dal talento, scortato dalla sua leggendaria ritrosia con i pudori schermati da nuvole di nicotina".

Porrà ha inoltre sottolineato il valore sociale dello Scudetto conquistato dal Cagliari, ricordando una celebre dichiarazione di Riva dopo il trionfo del 1970: "Quando il Cagliari agguantò il titolo sibilò: 'È come se l'avesse vinto una squadra di extracomunitari', a rimarcare l'impresa di uomini più forti di tutto, anche delle più odiose discriminazioni".

Porrà su Scopigno: "Un visionario che rivoluzionò il Cagliari"

Ampio spazio è stato riservato anche alla figura di Manlio Scopigno, descritto come un allenatore anticonformista, capace di distinguersi in un calcio ancora profondamente legato alle proprie tradizioni: "Scopigno aborriva le convenzioni, i luoghi comuni, le etichette che lo riguardavano. Scopigno era colto, eccentrico, raffinato, andava per mostre, per concerti, amava Gershwin, il cinema neorealista, collezionava opere di Guttuso, frequentava intellettuali".

Sul suo modo di interpretare il calcio: "Scopigno era fatto così, era un funambolo dell'umorismo dissacrante, dello sberleffo urticante. Nel Cagliari impose la sua visione progressista, calcio avanguardista d'ispirazione olandese, con Riva naturale capobranco di una compagnia di sognatori spinta dalla sua gente a osare l'inosabile".

Infine, Porrà ha concluso il proprio intervento ricordando il 12 aprile 1970, giorno della conquista dello Scudetto, e il legame umano tra i due protagonisti di quell'impresa: "E quel giorno folle di primavera, 12 aprile del '70, negli istanti dell'utopia realizzata, anche Gigi e Manlio, il tenebroso Achille e il suo mentore visionario, scelsero di abbandonarsi alla sacralità degli eventi vestendosi di leggerezza, come mai era accaduto in passato, e scoprendosi, in quei momenti con reciproco stupore, molto più simili di quanto loro stessi immaginassero".