Fabio Pisacane: “Vado un po’ contro quello che abbiamo letto e sentito in tante interviste. Un pizzico di paura mi ha spinto avanti”

Fabio Pisacane: “Vado un po’ contro quello che abbiamo letto e sentito in tante interviste. Un pizzico di paura mi ha spinto avanti”TUTTOmercatoWEB.com
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di Martina Musu

Fabio Pisacane si racconta a Cronache di Spogliatoio nella puntata esclusiva “Cronache on Tour - A Cagliari piangi una volta sola” . Di seguito un estratto.

Ricordo un’intervista che abbiamo fatto con De Zerbi, in cui lui disse che il giorno più difficile da allenatore è stato la sera prima del primo allenamento con i grandi, quando si chiese: “Domani che gli dico?”, e se magari anche tu hai avuto quel brividino di rimetterti in gioco.

“Ci ho pensato tantissime volte, però è stato bello perché, come spesso ho fatto in questi 8-9 mesi, ho cercato solo di essere me stesso. Sono entrato in punta di piedi, umilmente, per mostrare anche le mie debolezze, perché, come ho sempre detto, un uomo non si giudica dalle fragilità. Anzi, a mio avviso è il contrario. Un uomo è forte quando non ha paura di mettere fuori quel suo lato debole. Poi la differenza la fa sempre come trasferisci queste debolezze e, nello stesso momento, come metti fuori i tuoi lati forti, i tuoi pregi. Quando sei credibile, tutto diventa più facile.”

Secondo te è un caso che le due squadre più giovani, come età media scelta e in campo quest’anno in Serie A, siano allenate da due allenatori esordienti, giovani?

“Non penso che sia un caso che io e Cuesta alleniamo le due squadre più giovani del campionato. Penso che dare giovani ad allenatori giovani, che hanno lavorato con i giovani, sia una cosa ponderata. Sono orgoglioso di rappresentare una squadra che in Italia ha attuato una politica di avere prevalentemente calciatori italiani. Noi ci siamo parlati subito perché abbiamo avuto la fortuna di incontrarci dopo tre giornate. La mia prima vittoria in Serie Al'ho fatta contro di lui. Ci siamo sentiti in questi mesi, mi è stato molto vicino anche nella situazione spiacevole che è successa da un punto di vista familiare. Questo certifica il valore del ragazzo"

“Le paure per quanto riguarda il mio ruolo, al netto degli anni che ho fatto in un posto, io penso che la paura non sia un limite. È il linguaggio dei vincenti. Vado un po’ contro quello che abbiamo letto e sentito in tante interviste, ma per quello che ho vissuto sulla mia pelle e quello che ho cercato di fare da calciatore, scalando montagne perché non avevo i requisiti tecnici per arrivare in Serie A se ci sono arrivato è stato anche grazie a quel pizzico di paura di confrontarmi con una categoria del genere. La paura di rispettare un avversario è un sentimento che ti permette di mostrare rispetto, ma non deve diventare blocco. Nel calcio si vive anche di bias cognitivi, scorciatoie e pregiudizi. Mi ricordo che una volta, quando giocavo al Cagliari, un compagno mi disse che facevo da collante tra stranieri e italiani. Non avevo doti tecniche particolari, ma sapevo muovermi nello spogliatoio. E cosa significa? Che quando due compagni hanno un diverbio, devi stare nel mezzo, essere neutro, capire lo stato d’animo di entrambi. In quel momento l’atteggiamento che hai porta punti, perché se riesci, con i modi e i tempi giusti, a farli confrontare e chiarire, è qualcosa che poi ti porti anche in campo. Devi sapere come muoverti, con i tempi e con i modi giusti. Dare attenzione a uno significa darla anche all’altro. Da questa parte è ancora più bello, perché posso farlo in modo più naturale, senza il pensiero di essere giudicato. Farlo in una squadra giovane, arrivando dal settore giovanile, mi permette di arrivare prima su certe situazioni, di capire prima i ragazzi e di sapere, in quel preciso momento, di cosa hanno bisogno”.