Unione Sarda - Quando il Cagliari e il Catania lottavano per non affondare in C2

Unione Sarda - Quando il Cagliari e il Catania lottavano per non affondare in C2TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Federico De Luca
sabato 30 aprile 2011, 12:04Rassegna stampa
di Niccolò Schirru

Il campo in terra battuta non era proprio il massimo per un incontro di serie C1, tra l'altro con una squadra che era stata campione d'Italia ma che ora, nella seconda metà degli anni Ottanta, si era ritrovata lontana, anche geograficamente, dal grande calcio. Chissà che partita era, forse Licata, probabilmente anzi sul neutro di Ravanusa, e quando qualcuno fece notare che la mancanza del prato non era una cosa particolarmente bella per un campionato professionistico, venne risposto in una maniera straordinaria, con spiccato accento siculo, velatamente mafiosetto: noi l'erba l'abbiamo piantata, non è cresciuta. Che possiamo farci? Già, che potevano farci, poverini?
ALL'INFERNO Due anni in C1, tra il 1987 e il 1989: era stata questa la punizione del Cagliari, condivisa con i poveri cronisti costretti a spaventose trasferte nel profondo sud. Le più toste proprio in Sicilia, dove il Cagliari giocherà domani, a Catania, ma stavolta per fortuna in serie A, e già salvo. Cittadine delle quali non si conosceva neppure l'esistenza, tantomeno la collocazione geografica: Giarre, Licata, quest'ultima equidistante dai due aeroporti di Catania e Palermo (circa duecento chilometri di strade che te le raccomando), ma anche il Messina e la stessa Catania che il Cagliari affrontò in quel biennio, perdendo in entrambi i casi al Cibali (quello del mitico urlo “Clamoroso al Cibali” anche quando non accadeva nulla) ma vincendo i due match in casa. Il bomber rossoblù di allora si chiamava Guglielmo Coppola: ventidue reti in due campionati, realizzati ai confini dell'impero, tra Cosenza e Frosinone, Teramo e Francavilla, Monopoli e Ischia, Nocera Inferiore e Pozzuoli, Brindisi e Casarano. A ripensarci oggi sembra quasi impossibile che il Cagliari fosse caduto così in basso e il punto più infimo la squadra rossoblù lo aveva toccato quella volta che perse (1-0) a Pozzuoli. Da non credere. E da non credere che alcuni giocatori di quel Cagliari, come Mario Ielpo e Ivo Pulga, sarebbero stati tra i grandi protagonisti del trionfale ritorno in A. Soltanto due anni dopo.
LO SQUADRONE Visconti, Gregorio, Brancale, Zuccheri, Bucciarelli, Laurenti, Olivari, Picasso, Calì, Palermo, Torregrossa. E chi sono? Come chi sono! È lo squadrone che in una di queste terribili trasferte (davanti a poche centinaia di tifosi e ai tanti panni stesi dei balconi che si affacciavano sul terreno di gioco) aveva sconfitto il Cagliari per una rete a zero. Ma proprio quel giorno, a Pozzuoli contro il Campania Puteolana, rinacque il Cagliari perché l'allenatore dei napoletani, era Claudio Ranieri, poco più che trentenne, il tecnico che nella stagione successiva sarebbe stato scelto dalla famiglia Orrù e da Carmine Longo per allenare il Cagliari che, siamo nel 1988, nella tarda primavera di due anni dopo faceva il trionfale ritorno in A. Il tutto avvenne davanti a un Sant'Elia gremitissimo (anche perché ancora privo delle tribune di Sant'Efisio) facendo impallidire il commissario tecnico dell'Inghilterra Bobby Robson (già in Sardegna perché il mondiale di “Italia 90” era ormai alle porte) che aveva chiesto attonito a noi giornalisti: «Ma qui è così tutte le domeniche?». No, mister: avesse visto un paio d'anni fa, c'erano più giocatori in campo che tifosi sugli spalti.

A Pozzuoli il Cagliari era ancora nelle mani di Enzo Robotti che di lì a poco sarebbe stato esonerato a vantaggio di Mario “Cincinnato” Tiddia che salvò il Cagliari dalla retrocessione in serie C2 e forse anche da un fallimento dal quale sarebbe stata durissima risollevarsi in tempi brevi.
MONTE URPINU Il Cagliari di Robotti era proprio messo male e non per colpa sua o dei dirigenti. Alcune gestioni non proprio felici avevano portato la società ai confini della bancarotta: in cassa non c'era una lira e infatti la preparazione precampionato era stata svolta su un ridente colle molto amato dai cagliaritani, Monte Urpinu. Sì, ritiro come una di quelle tante squadrette dilettantistiche di basket e volley, tra l'incredulità dei tifosi, peraltro mai così indifferenti. L'ultima volta in C risaliva, tra l'altro, alla stagione 1961/62. Presidente Enrico Rocca, allenatore Silvestri: il Cagliari, senza forse neanche saperlo, stava gettando le basi della squadra che nel giro di un decennio sarebbe arrivata al titolo italiano.
GIGI PRESIDENTE Forse pochi lo ricordano o non lo sanno proprio ma il Cagliari, tra il 1986 e il 1987, cioè l'epoca più buia della sua storia, ha avuto un presidente molto particolare: Luigi Riva. Più dei gol, dei trionfi, degli infortuni, della rinuncia ai mostruosi contratti che gli venivano offerti dalle big del Nord, è stato questo l'atto d'amore più grande che Rombodituono ha fatto al Cagliari, al suo Cagliari. Accettare di diventare presidente, dopo le infelici gestioni di Alvaro Amarugi e Fausto Moi, era stato un atto quasi eroico.
VIGILE URBANO Riassaggiata la polvere della serie C il Cagliari giocò su campi e contro avversari davvero incredibili. La trasferta di Ischia, per esempio, al cospetto di una matricola chiamata Isolabella, era un'avventura: un'isola bella, certo, d'estate, come Carloforte, quando il sole splende e soprattutto il mare è calmo. D'inverno no, una (dis)avventura, un'odissea. Unico mezzo di trasporto, l'aliscafo: ma se il mare era gonfio l'unica speranza di tornare sulla terra ferma era l'elicottero, praticamente come chiamare un taxi… Non solo, il Cagliari a Ischia aveva pure perso, e male: 2-0. La rete del raddoppio (e qui viene il bello) l'aveva realizzata tale Impagliazzo che di Ischia non era soltanto un attaccante ma era soprattutto un uomo d'ordine. Nel traffico: calciatore la domenica, idolo delle folle, ma negli altri giorni odiatissimo vigile urbano.