Mancosu si racconta: "A Cagliari era difficile essere lucido. Lecce mi ha cambiato la carriera, ma resto tifoso rossoblù"

Mancosu si racconta: "A Cagliari era difficile essere lucido. Lecce mi ha cambiato la carriera, ma resto tifoso rossoblù"TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Luca Di Leonardo
Ieri alle 23:45Ex rossoblù
di Vittorio Arba
Mancosu a Sport Management Tips: “A Cagliari da bambino tifavo rossoblù, ma imporsi nella mia città è stato molto difficile”.

Marco Mancosu è stato ospite di Sport Management Tips, il podcast condotto da Alessandro Preda e dall'ex rossoblù Andrea Pisanu. Nel corso della puntata, l'ex centrocampista offensivo ha ripercorso le tappe principali della sua carriera, soffermandosi sul rapporto con Cagliari, sulla crescita vissuta a Lecce, sulle pressioni affrontate da capitano e sull'esperienza maturata con i giovani dopo il ritiro dal calcio giocato. Di seguito le sue dichiarazioni, sintetizzate da TuttoCagliari.net.

Il sogno nato a Cagliari

"Ero tifoso del Cagliari, ma imporsi qui non è stato semplice"

Da bambino eri tifoso del Cagliari?

"Assolutamente sì. Sono andato tantissime volte allo stadio. Da piccolo ero tifoso del Cagliari, anche se come tutti i bambini guardavo con ammirazione altre squadre e altri campioni. Però il Cagliari è sempre rimasto dentro di me. Oggi posso dire di essere tifoso sia del Cagliari che del Lecce, due piazze che mi hanno dato tantissimo".

"Nella mia città ho fatto fatica"

Com'è stato cercare di affermarti nella squadra della tua città?

"Molto difficile. In realtà non ci sono riuscito come avrei voluto. Sono dovuto andare via e costruirmi il mio percorso altrove. Col tempo ho capito una cosa: quando sei troppo coinvolto emotivamente in un ambiente fai più fatica a essere lucido. A Cagliari c'erano emozioni fortissime, essendo la mia città e la squadra per cui tifavo. In altri contesti riuscivo a gestire meglio certe situazioni".

La svolta della carriera

"Avevo abbandonato il sogno della Serie A"

Quando hai capito che potevi arrivare davvero in alto?

"A un certo punto avevo quasi abbandonato l'idea della Serie A. Poi è arrivata una stagione incredibile, con 14 gol, e tutto è cambiato. Però il segreto è stato un altro: ogni volta che salivo di categoria cercavo di calarmi completamente nella realtà in cui mi trovavo. Non pensavo alla Serie A quando giocavo in Serie C. Pensavo a fare bene lì, in quel momento".

"Facevo di tutto per non farmi sfuggire l'occasione"

Quanto sacrificio c'è stato dietro quel percorso?

"Tantissimo. Durante l'estate mi allenavo in maniera quasi maniacale per arrivare pronto ai ritiri. Non lasciavo nulla al caso. Sapevo che la Serie A era un'opportunità enorme e volevo fare tutto il possibile per non perderla. Molte volte mi sono portato al limite, sia fisicamente che mentalmente".

Gli anni di Lecce

"Ho trovato l'ambiente giusto"

Perché Lecce è diventata una piazza così importante per te?

"Credo sia stata una combinazione di fattori. Sono arrivato in una città che viveva il calcio in maniera straordinaria e dove la pressione era enorme. Lecce mi ha dato la possibilità di esprimermi, di assumermi responsabilità e di crescere come uomo e come calciatore. È stato un ambiente che mi ha permesso di dare il meglio".

"Da capitano mi sono sempre portato al limite"

Hai sentito molto il peso della responsabilità?

"Sì. Essendo capitano sentivo di dovermi prendere sulle spalle tante cose. Ho sempre preferito assumermi una responsabilità in più piuttosto che vivere col rimpianto di non averci provato. Questo atteggiamento mi ha dato tanto, ma in alcuni momenti mi ha portato anche al burnout. Mi caricavo di aspettative enormi".

Il leader secondo Mancosu

"Preferivo guidare con l'esempio"

Che tipo di capitano eri?

"Molto silenzioso. Non ero uno che amava mettersi in mostra o fare grandi discorsi. Ho sempre cercato di guidare con l'esempio: rispettando gli orari, allenandomi bene, rispettando compagni e allenatori. Quello era il mio modo di essere leader".

"Oggi alcune situazioni le affronterei diversamente"

C'è qualcosa che cambieresti?

"Probabilmente sì. In alcune circostanze sarei stato più deciso nell'affrontare determinate situazioni all'interno del gruppo. A volte per il bene della squadra lasciavo correre, ma col senno di poi credo che in alcuni momenti sarebbe stato meglio intervenire con maggiore fermezza".

Il lavoro con i giovani

"La fame fa ancora la differenza"

Cosa hai imparato lavorando con i ragazzi?

"Che la fame continua a fare la differenza. Ci sono ragazzi che pensano di meritare subito qualcosa, mentre altri si mettono a lavorare in silenzio e crescono. Ho fatto spesso l'esempio di Paul Mendy: arrivava sempre con una fame incredibile e alla fine ha raccolto ciò che aveva seminato. I giovani devono capire che il percorso conta più della fretta".

"Non bisogna fare sempre il sergente"

È cambiato il modo di allenare le nuove generazioni?

"Molto. Ho capito che essere troppo duro oggi spesso non funziona. Ma allo stesso tempo non si può lasciare fare tutto. La vera sfida è trovare un equilibrio tra disciplina e comprensione. Questa generazione è diversa dalla nostra, non migliore o peggiore. È semplicemente diversa".

Il rapporto con la pressione

"Più desideri una cosa, più rischi di bloccarti"

Che insegnamento ti hanno lasciato i momenti più difficili?

"Ho capito che quando desideri qualcosa in maniera ossessiva rischi di bloccarti. A volte bisogna alleggerire la pressione, concentrarsi sul lavoro quotidiano e non vivere costantemente con il peso del risultato. È una lezione che ho imparato sulla mia pelle e che oggi provo a trasmettere anche ai più giovani".

I gol più belli

"Quello da centrocampo col Cagliari è speciale"

Qual è il gol che ricordi con più emozione?

"Probabilmente quello da centrocampo con il Cagliari. Era una cosa che sognavo fin da bambino. Mi dicevo sempre che avrei voluto segnare almeno un gol in rovesciata e uno da centrocampo. Quello da centrocampo è arrivato davvero e ancora oggi la gente a Cagliari me lo ricorda".

"A Lecce mi parlano ancora della punizione contro il Napoli"

E fuori dalla Sardegna?

"La punizione contro il Napoli con la maglia del Lecce è un altro gol che porto nel cuore. Ancora oggi, quando torno in città, mi fermano per ricordarmelo. È bello vedere quanto certi momenti restino impressi nella memoria dei tifosi".

Il messaggio ai giovani

"Il lavoro resta l'unica strada"

Quale consiglio daresti a un ragazzo che sogna il professionismo?

"Che non esistono scorciatoie. Tutti vogliono arrivare, ma pochi sono davvero disposti a fare i sacrifici necessari. Se vuoi diventare la migliore versione di te stesso c'è una sola strada: il lavoro continuo. Puoi raccontartela come vuoi, ma alla fine la differenza la fanno sempre l'impegno, la disciplina e la fame".