Per continuare a volare
di Vittorio Sanna
C’è sempre qualcuno pronto a spegnere la luce quando comincia a illuminare troppo.«Calma». «Non illudiamoci». «Pensiamo alla salvezza». «Sono passate soltanto poche giornate». Tutto vero. Ma forse è proprio questo il momento nel quale il Cagliari non deve avere paura di sognare. Perché sognare non significa illudersi.L’illusione aspetta che qualcosa accada. Il sogno lavora perché accada.
E allora non c’è nessuna necessità di smorzare la gioia di questo momento. Al contrario: bisogna utilizzarla. Trasformarla in energia. Far capire ai calciatori che quello che stanno vivendo non è un regalo del calendario, una coincidenza favorevole o una concessione degli avversari. Il Cagliari è lì perché qualcosa ha fatto per esserci.E questa è forse la lezione più importante.
LA GIOIA COME PREMIO DELLE BUONE ABITUDINI
La vittoria può essere pericolosa quando diventa una poltrona. Diventa straordinariamente utile quando diventa una conferma. Ho lavorato bene. Sono stato attento. Ho aiutato il compagno. Ho rispettato un compito. Ho corso un metro in più.Ho accettato una sostituzione. Ho aspettato il mio momento. Ho curato un dettaglio.E abbiamo vinto. La conclusione, allora, non può essere: adesso possiamo rilassarci.Deve essere esattamente opposta: continuiamo a fare ciò che ci ha portato fin qui. E facciamolo ancora meglio. È questo il modo più sano di alimentare un sogno. Non promettendo l’Europa. Non cambiando gli obiettivi a settembre. Non trasformando quattro partite in una sentenza sul campionato. Ma neppure mettendo il freno a mano alla felicità per paura di andare troppo veloci. Godiamocela, questa felicità. Purché sappiamo quanto costa.
NIENTE È IMPOSSIBILE. MA NIENTE È GRATIS
«Niente è impossibile» è una frase bellissima. Ma rischia di diventare terribilmente vuota se viene separata dal lavoro. Niente è impossibile se ti alleni. Niente è impossibile se migliori. Niente è impossibile se accetti che il compagno possa avere qualcosa che tu non hai e che tu possa possedere qualcosa che manca a lui. È qui che nasce la complementarietà. Il Cagliari non ha bisogno di undici uomini capaci di fare tutto. Ha bisogno di uomini capaci di mettere quello che sanno fare al servizio di ciò che sanno fare gli altri. Questa è una squadra. E questa è probabilmente l’unica strada attraverso la quale i piccoli possono diventare grandi. Soprattutto quando i grandi, sentendosi già grandi, cominciano a comportarsi da piccoli.
IL CAPITALE UMANO
Per questo trovo affascinante il momento del Cagliari. Non è la favola del Como. Il Como rappresenta un’altra storia, un altro modello, sostenuto da disponibilità economiche straordinarie e da un progetto costruito anche attraverso investimenti difficilmente paragonabili a quelli rossoblù. Il Cagliari deve cercare la propria ricchezza altrove. Il suo primo capitale sono gli uomini. Prima ancora dei calciatori.E questa è la più antica delle storie di provincia. Le grandi imprese delle cosiddette piccole sono quasi sempre nate così: da un gruppo che ha scoperto di poter diventare più grande della somma dei propri componenti. Uno più uno, nel calcio, qualche volta fa tre. Ma soltanto quando quell’«uno» rinuncia a una piccola parte di sé per consegnarla all’altro.
CAMBIARE MENTALITÀ PER CAMBIARE CALCIATORE
Un calciatore non è condannato per sempre alla propria dimensione. Non esistono soltanto calciatori «da salvezza» e calciatori «da Europa» come se fossero categorie assegnate alla nascita. Un calciatore può crescere. Può imparare. Può cambiare il proprio modo di allenarsi, di alimentarsi, di riposare, di osservare una partita, di interpretare un errore, di vivere lo spogliatoio. Può diventare più responsabile. Più concentrato. Più continuo. Il calciatore cambia quando cambia la sua mentalità. Ed è così che un giocatore abituato a lottare per non retrocedere può imparare a competere per qualcosa di più. Da soli riescono a farlo in pochi. E quelli capaci di vincere le partite da soli, generalmente, non sono alla portata delle tasche rossoblù. Per questo il Cagliari deve costruire il proprio campione. Si chiama squadra.
ADESSO MIGLIORARE. MIGLIORARE. MIGLIORARE.
La classifica non deve cambiare il lavoro. Deve aumentarlo. Perché più sali e più l’aria diventa sottile. Bisogna ossigenarsi. Servono attenzione, concentrazione, sacrificio, cura del dettaglio. Non si può cedere un millimetro. Anzi, bisogna cercarne uno nuovo. Poi un altro. E un altro ancora. Migliorare. Migliorare. Migliorare. Non per battere gli altri. Per battere ogni giorno la versione precedente di se stessi. Questadeve essere la vera partita del Cagliari.
A UDINE C’È UN PEZZO DI STORIA
E adesso il calendario offre qualcosa di meravigliosamente concreto. Il Cagliari ha vinto le prime due trasferte del campionato. Un avvio esterno così era riuscitosoltanto in altre due occasioni nella sua storia in Serie A: al Cagliari campione d’Italia nel 1970-71 e alla squadra di Rolando Maran nel 2019-20. La terza vittoria consecutiva in trasferta all’inizio di un campionato di Serie A, invece, non è mai arrivata. A Udine, dunque, c’è un piccolo pezzo di storia che aspetta. Ma per prenderlo non bisogna presentarsi con i titoli. Non servono proclami. Non serve dire: «Siamo forti». Serve arrivare al campo e dimostrarlo ancora. Correndo. Pensando.Aiutandosi. Soffrendo. Facendo bene una cosa semplice e poi facendone bene un’altra.
NON GUARDATE GIÙ
Ecco perché io non direi a questi ragazzi di volare basso. Direi esattamente il contrario. Guardate avanti. Respirate quest’aria. Ricordatevi quanto avete faticato per arrivare fin qui e quanto dovrete faticare per rimanerci. Perché la cosa più bella della montagna non è guardare dall’alto quelli rimasti sotto. È scoprire che puoi ancora salire. Udine non deve essere la partita nella quale il Cagliari proverà a dimostrare di essere più forte dell’Udinese. Deve essere la prossima occasione nella quale il Cagliari proverà a essere più forte del Cagliari di ieri. Se poi arriverà anche la vittoria, resterà qualcosa che nessuna prudenza potrà cancellare. Un posto negli annali. Tre trasferte. Tre vittorie. Mai successo prima. E magari, guardandosi indietro un giorno, questi ragazzi scopriranno che quello che sembrava un sogno non era affatto un’illusione. Era semplicemente il risultato del lavoro. Perché i piccoli non diventano grandi quando cominciano a sentirsi grandi. Diventano grandi quando continuano a lavorare come se fossero ancora piccoli.
