Cagliari-Cremonese, l’analisi di Cariglia: “Da qui si vede il ritardo dei campi italiani”

Cagliari-Cremonese, l’analisi di Cariglia: “Da qui si vede il ritardo dei campi italiani”TUTTOmercatoWEB.com
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Oggi alle 13:30News
di Martina Musu

Il content creator e match analyst Nicolas Cariglia ha condiviso sui social una riflessione approfondita sulle condizioni dei terreni di gioco dopo la sfida tra Cagliari Calcio e Cremonese, accendendo il dibattito su uno dei problemi strutturali del calcio italiano.

“L’altro giorno, guardando Cagliari-Cremonese, mi sono chiesto: perché la palla scorre così lenta? Ho pensato fosse colpa del prato. Ma allora perché in Italia i campi sono spesso secchi e in Premier League perfetti? Facendo qualche ricerca, ho scoperto cose interessanti: gli inglesi vendono meglio il prodotto calcio anche perché è visivamente più bello. In Inghilterra si arriva a spendere quasi un milione e mezzo a stagione per squadra solo per avere campi impeccabili, più verdi e più ‘televisivi’. In Serie A questa mentalità sta arrivando lentamente, anche attraverso sanzioni ai club con terreni non all’altezza delle riprese TV. Da noi si spende meno della metà, ma per avere campi di qualità serve investire. E qui nasce il problema: ha senso investire in stadi che non sono di proprietà? In Premier League tutte e 20 le squadre possiedono il proprio impianto, trasformandolo in un asset capace di generare ricavi. In Italia, invece, solo tre club su venti hanno uno stadio di proprietà: tutti gli altri dipendono da strutture comunali. A questo si aggiunge un’altra criticità tutta italiana: la condivisione degli stadi. Squadre come Inter e Milan a San Siro o Roma e Lazio allo Stadio Olimpico, costringono i terreni di gioco a un utilizzo intensivo, con più partite a settimana tra campionato e coppe. Poi c’è il fattore climatico. È vero che in Inghilterra piove più spesso, ma oggi la tecnologia permette di ricreare microclimi ideali. Il Tottenham Hotspur Stadium, ad esempio, dispone di un campo retrattile che viene spostato sotto le tribune in un ambiente controllato con luci artificiali e irrigazione. Anche ilSantiago Bernabéu adotta soluzioni avanzate: il terreno di gioco viene conservato sottoterra in una vera e propria serra per essere protetto e rigenerato. In Italia, al netto di pochi esempi virtuosi come quello della Juventus, molti impianti risalgono a Italia 90 o addirittura a epoche precedenti. Lo stesso San Siro, con la copertura del terzo anello, limita la circolazione dell’aria e l’esposizione alla luce solare, favorendo umidità e deterioramento del manto erboso. Al contrario, molti stadi inglesi sono progettati con criteri aerodinamici per garantire luce e ventilazione costanti. Il risultato è evidente: il calcio italiano resta indietro anche nei dettagli che fanno la differenza sullo spettacolo. La domanda resta aperta: da dove ripartire per colmare questo divario?”