Langella e il burrascoso rapporto con Ventura: "Senza di lui la mia carriera sarebbe durata due anni in più. A Cagliari tornammo in A dopo il suo esonero"
L'ex attaccante del Cagliari, Antonio Langella, intervenuto ai microfoni di "Facci un giro!", podcast condotto da Giampaolo Gaias, ha ricordato il suo burrascoso rapporto con Giampiero Ventura, suo allenatore in rossoblù e successivamente al Bari. Di seguito le sue parole, sintetizzate da TuttoCagliari.net: "Con Ventura a Cagliari il rapporto si è incrinato nella sua esperienza prima di Reja. Non ho mai detto che fosse un allenatore incapace: aveva idee e competenze, ma in quel contesto la gestione non funzionava. La squadra era forte, ma non serena. Si vedeva già in allenamento e poi in partita. Dopo la sconfitta di Tempio col Piacenza arrivò l’esonero e con Reja cambiò tutto: non tanto dal punto di vista tattico, quanto umano. Reja rimise insieme il gruppo, ci liberò mentalmente e da lì partì la cavalcata che ci portò in Serie A. Anni dopo, quando Ventura mi chiamò a Bari, pensai sinceramente che fosse cambiato. Mi parlò in modo diverso, riconobbe errori del passato, c’era un progetto importante e una piazza ambiziosa. Accettai anche perché l’inizio fu positivo: giocavo, la squadra girava, l’ambiente era entusiasta. Poi, come già avevo vissuto in passato, bastò un episodio banale per far riemergere le stesse dinamiche. Una questione organizzativa si trasformò in uno scontro personale: da quel momento smise di parlarmi, mi isolò e mi mise fuori rosa senza mai spiegarmi nulla direttamente. A Bari si arrivò all’assurdo: rimasi due anni sotto contratto, pagato dal presidente Matarrese, senza giocare e senza allenarmi con la squadra.
Una situazione surreale, umanamente inaccettabile. In quel periodo, per assurdo, mi allenavo da solo e vivevo una realtà completamente scollegata dal calcio giocato. Arrivai persino a ironizzare mandando a Ventura delle foto delle mie “vacanze”, dicendogli ‘grazie’, perché venivo pagato senza poter fare il mio lavoro. Lui non rispose mai. È lì che ho avuto la certezza definitiva: non era cambiato nulla. Non era una questione tecnica, ma di gestione delle persone e di controllo totale. Se qualcuno non rientrava perfettamente nel suo schema, diventava un problema da eliminare. A Cagliari quella frattura si era vista prima dell’arrivo di Reja; a Bari si è manifestata in modo ancora più pesante, perché ormai ero un giocatore esperto e consapevole. E lo dico senza giri di parole: senza quelle scelte e senza quel tipo di gestione, la mia carriera sarebbe durata di più. Non avevo problemi fisici, stavo bene, potevo giocare ancora due o tre anni ad alto livello. Invece quei due anni fermo, fuori dal campo, hanno inciso più di qualsiasi infortunio. È per questo che il mio giudizio nasce dall’esperienza diretta: non per una scelta tattica, ma per il modo in cui sono stato trattato come uomo e come professionista".