Pisacane: “Per me la mentalità vincente è la capacità di reagire a ciò che va storto nel più breve tempo possibile”

Pisacane: “Per me la mentalità vincente è la capacità di reagire a ciò che va storto nel più breve tempo possibile”TUTTOmercatoWEB.com
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Fabio Pisacane racconta il suo modo di gestire il gruppo, il rapporto con l’errore, la crescita dei giovani e il valore della costanza.

Nel corso dell'intervista rilasciata a Vittorio Sanna sul suo canale YouTube, il tecnico del Cagliari, Fabio Pisacane racconta il suo modo di gestire il gruppo, il rapporto con l’errore, la crescita dei giovani e il valore della costanza. Un confronto sulla leadership, la critica e l’importanza di mettersi sempre nei panni dei propri calciatori.

Mister, quando si parla di gestione del gruppo, quanto conta coinvolgere tutti i giocatori?

"Conta tantissimo. Se i giocatori rispondono presente quando vengono chiamati in causa è perché durante il percorso hai avuto sensibilità nei loro confronti e hai riservato a tutti lo stesso tipo di attenzione. Se questo lavoro non viene fatto, poi diventa difficile pretendere che chi gioca meno sia pronto nel momento del bisogno. È quasi un fatto fisiologico."

Lei parla spesso di mentalità vincente. Che cosa significa davvero?

"Per me la mentalità vincente è la capacità di reagire a ciò che va storto nel più breve tempo possibile. Significa superare un errore senza rimanere intrappolati nel sentimento dell’errore, senza trascinarsi dietro la crisi che può generare. Bisogna riuscire a cogliere subito una nuova occasione."

Quanto è difficile insegnare la cultura dell’errore a calciatori cresciuti nella paura del giudizio?

"La mia generazione era probabilmente più abituata alla critica e al giudizio. Quella di oggi, invece, soffre molto di più la critica e per questo bisogna stare molto attenti. La formazione dei ragazzi è fondamentale: non perché impedisca di sbagliare, ma perché li aiuta ad assorbire l’errore con meno sofferenza.

Prepararli a questa eventualità è essenziale. Poi è chiaro che il lavoro quotidiano non elimina completamente il problema, ma i giovani che vengono messi nelle condizioni di giocare possono migliorare sotto questo aspetto. E bisogna ricordare che solo chi gioca può sbagliare."

Nel corso della sua carriera la critica ha mai messo in discussione la sua motivazione?

"Da calciatore ho conosciuto i miei limiti e in quel periodo ho fatto una sorta di formazione rispetto alle critiche. Da allenatore vale una regola semplice: più in alto sei e più il vento soffia forte. Chi fa questo mestiere deve accettare gli applausi ma anche le critiche. Per rispondere bisogna parlare con i fatti, e i fatti non sono sempre soltanto i risultati. A volte si risponde anche attraverso le cose semplici, attraverso la coerenza e la continuità. L’importante è non permettere alle critiche di spostarti dal percorso che stai seguendo."

Lei è considerato un grande lavoratore. Quanto è difficile delegare?

"Qui c’è tutto. La linea è molto sottile, soprattutto quando passi dal campo alla panchina. Il rischio è essere etichettato come quello che non si è ancora tolto i panni del calciatore. Intervenire direttamente dipende dai momenti e dalle situazioni. Io lo faccio, ma credo di aver imparato a farlo quando è davvero necessario. Questa non è soltanto una questione di personalità: è una questione di intelligenza. Anche un messaggio duro può essere accettato se viene detto nel momento giusto. Se sbagli tempi e modi, invece, rischi di ottenere l’effetto opposto."

Lei ha detto che la sua fortuna è stata passare rapidamente dai banchi alla cattedra. Quanto si mette nei panni dei suoi giocatori?

"Moltissimo. Prima di iniziare questa professione mi sono posto una domanda: cosa provavo io quando ero dall’altra parte? Mi scrivo spesso delle note. Mi domando: “Fabio, cosa ti dava fastidio quando eri calciatore?”. E cerco di ricordarmi cosa non avrei voluto ricevere dal mio allenatore. Tutto ciò che non volevo venisse fatto a me è la prima cosa che cerco di non fare ai miei giocatori"

La costanza sembra essere un valore sempre più raro. Come si insegna ai giovani il valore del percorso?

"Aiutandoli nelle difficoltà e accompagnandoli quando sbagliano. Non bisogna essere irruenti davanti all’errore e non bisogna condannare. Paradossalmente, quando arrivano le buone prestazioni è quello il momento in cui bisogna richiamare la costanza e il lungo periodo. Ai ragazzi più giovani ho detto spesso che in Serie A ci si può arrivare, ma la vera difficoltà è confermarsi. La sostanza è tutta lì. Nella comunicazione con il calciatore bisogna evitare di distruggere la sua autostima nei momenti difficili. È facile aggredire o condannare dopo un errore, ma così si spezza la connessione con il giocatore. Al contrario, bisogna prestare attenzione soprattutto ai momenti di maggiore entusiasmo. È lì che si può intervenire, richiamando quei valori e quegli atteggiamenti che permettono di costruire un percorso solido e duraturo."