Cagliari, Pavoletti: "Non è una fine, è un nuovo inizio. Qui ho dato tutto, è stata casa"

Cagliari, Pavoletti: "Non è una fine, è un nuovo inizio. Qui ho dato tutto, è stata casa"TUTTOmercatoWEB.com
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di Paola Pascalis
Leonardo Pavoletti racconta il suo percorso al Cagliari tra emozioni, ricordi e addio: “Non è una fine, è solo un nuovo inizio”.

Leonardo Pavoletti si è raccontato ai microfoni di PodcCsteddu, il podcast ufficiale del Cagliari Calcio. Di seguito le sue parole: "Ci siamo. Dopo tanti anni e tante battaglie, siamo arrivati al termine. Tutto ha un inizio e tutto deve finire. Non è una fine di vita, ma una fine calcistica. Ora mi fermo, mi prendo del tempo per capire cosa ho fatto e cosa farò. Quest’estate voglio godermela davvero, con la famiglia. Le ultime estati sono state difficili, soprattutto tra infortuni e ritiri passati più a lavorare che a giocare".

L’arrivo a Cagliari

"Quando mi hanno chiamato dal Cagliari mi sembrava strano. Pensavo fosse una città tranquilla, quasi solo mare. Non conoscevo davvero la storia del club.  All’aeroporto sono rimasto sorpreso: ‘Ma sono tutti per me?’. Non ero abituato a quell’impatto. Non sapevo nemmeno di essere l’acquisto più costoso della storia del Cagliari. Vivo tutto molto d’istinto, senza approfondire troppo, e forse a volte questo mi ha fatto perdere il peso delle cose".

Le origini

"Il calcio non è stato il mio primo amore. Mio padre era maestro di tennis, quindi lo sport dominante era un altro. Da piccolo non ero quello più forte, quello che spiccava subito. Però avevo qualcosa, anche se non sapevo ancora come usarlo. Mia madre mi ha insegnato la disciplina. Mio padre l’affetto e la presenza. Da lì nasce il mio carattere".

Napoli e le difficoltà

"A Napoli ho vissuto sei mesi difficili. Poco spazio, poca fiducia, e l’autostima che scendeva.  Quando sei sempre in panchina e non giochi mai, inizi a dubitare anche di te stesso. Lì ho capito che dovevo reagire. O cambiavo o rischiavo di fermarmi".


I primi gol e la rinascita

"Il primo gol dopo mesi difficili al Genoa me lo ricordo benissimo. È stato come tirare fuori qualcosa che avevo dentro. Dopo tanto tempo senza segnare, quel gol era rabbia e liberazione insieme. Il gol di Firenze è speciale. Era una partita pesantissima, anche per tutto quello che era successo ad Astori. Lì non era solo calcio. Era qualcosa di più grande. A Bari non abbiamo mai pensato davvero di non salire. Eravamo convinti, quasi certi. Quella vittoria è stata una cosa incredibile. Un’emozione difficile da spiegare".

Appartenenza

"A Cagliari esci di casa e trovi persone che ti sorridono, ti ringraziano. Anche se non hai fatto nulla quel giorno, ti senti parte di qualcosa. Questo è appartenenza. E ogni volta che entro allo stadio sento un boato che cancella tutto il resto. Il calciatore è un ragazzo che si trova a vivere una vita molto grande troppo presto. Un errore per noi diventa enorme, perché hai una cassa di risonanza enorme. Oggi i giovani sono più intelligenti, più preparati. Hanno più strumenti di quelli che avevamo noi".

Il ruolo di capitano e gli infortuni

"Non ho mai dato troppo peso alla fascia. Il capitano è la persona, non il simbolo. Quando mi hanno scelto mi ha fatto effetto. Sentire ‘capitano’ per strada era qualcosa di diverso. Gli infortuni mi hanno cambiato. Da lì ho iniziato a essere un professionista vero. Ho imparato che non puoi più affidarti solo al talento: devi prepararti, devi conoscere il tuo corpo".

Il futuro

"Mi vedo ancora legato a Cagliari, anche da tifoso. Questa città merita uno stadio moderno, un punto di riferimento per tutta la Sardegna. Non mi sono mai sentito un campione. Mi sono sempre sentito uno che ha fatto il suo percorso. Ma se oggi esco per strada e ricevo tutto questo affetto, allora forse qualcosa di buono l’ho fatto".