Pavoletti al Corriere dello Sport: "Con Ranieri erano finalmente tornati i cross! Cosa mi affascina del direttore sportivo? E' un ruolo centrale ma non di protagonismo"
L'ex attaccante e capitano del Cagliari Leonardo Pavoletti ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni del Corriere dello Sport. Tanti i temi toccati: dal suo presente fino alla sua carriera da calciatore.
Siamo in un ambiente particolare, siamo a Coverciano perché stai seguendo un corso... Che corso stai seguendo? Diciamo che da marzo che ho fatto la mia ultima partita, poi ho avuto un infortunio di nuovo al ginocchio, operazione, ho deciso in questo momento di aprirmi un po' a varie opzioni, tra cui il direttore sportivo. Quindi sono a Coverciano per seguire... siamo alla prima settimana del corso da direttore sportivo e così inizio a capire se veramente può essere il mio futuro oppure inizio a prendere qualcosa del post-carriera.
Però è un percorso non mainstream, dai, diciamo così. Perché ho letto una tua intervista di qualche anno fa e sembravi abbastanza convinto che l'allenatore non lo volevi fare, non so se hai cambiato idea... Ancora sono convinto!
E che cosa invece ti affascina del ruolo del direttore sportivo? Allora, credo tanto per competenze che immagino o penso di avere... cioè il direttore sportivo è un ruolo centrale ma non di protagonismo. Perché anche in campo, per dire, sì, ero attaccante che uno si aspetta che l'attaccante sia il protagonista, in realtà mi sono sempre sentito un attaccante operaio, cioè devo lavorare per la squadra e poi tutto questo lavoro mi si tramuta in assist o cross per fare gol. Quindi non mi sono mai sentito il protagonista della storia, ma uno che partecipa per far girare bene la squadra per arrivare all'obiettivo. Quindi il direttore sportivo lo vedo in questo: essere centrale, tante funzioni, tante cose da mettere a posto, cercare di comprimere o trovare compromessi nelle altre persone per raggiungere l'obiettivo finale che fa il bene di tutti.
Adesso però è un periodo particolare perché in questo momento anche i direttori sportivi sono un po' dentro l'occhio del ciclone, no? Perché le squadre italiane si trovano ad affrontare sessioni di mercato in cui devi trovare la gemma nascosta... Credo sia più affascinante ma più difficile. È più difficile, però credo che noi italiani in questo siamo sempre stati i migliori e lo saremo sempre. Dove c'è meno possibilità ci sono sempre più idee. L'italiano è creativo, cerca e trova sempre una soluzione al problema, che poi magari non la porta mai al 100% e la sfruttano altre persone o altre nazionali, però l'italiano è sempre un precursore, vede una scintilla dove gli altri non vedono nulla. Quindi credo che questo sia il momento dei direttori sportivi di trasformarsi in qualcos'altro. Chiaramente non sono come negli anni '90 che c'erano budget molto più ampi, però riescono magari ora nei settori giovanili ad andare a vedere, a trovare qualcosa di diverso che può dare veramente sempre una spinta in più per le società.
Hai già un modello, hai qualcuno come punto di riferimento? Come tutte le cose, cerco sempre di prendere il buono da tanti direttori che ho avuto la fortuna di avere. Credo sempre che poi la vera forza di un direttore o di un professionista sia essere credibile, essere se stessi, chiaramente portandosi l'esperienza che ho avuto dagli altri direttori, dagli allenatori, da tutti i professionisti e capire come io posso rendere quel messaggio credibile alla società, ai ragazzi, all'allenatore.
Ti ringrazio perché è un mondo, penso anche per chi ascolta ma in primis per me, difficile da comprendere fino in fondo. Ho avuto la fortuna di fare quattro chiacchiere con Palmieri nel centro sportivo del Sassuolo quest'estate e parlavamo proprio del fatto che ci si concentra sul direttore sportivo tre mesi l'anno, però poi c'è tutto il resto dell'anno in cui si lavora concretamente, c'è questo lavoro nascosto di collante della squadra. Cosa fa un direttore sportivo durante l'anno, non durante la sessione di mercato? Infatti è quello che ti dicevo proprio all'inizio: il direttore sportivo è centrale ma non protagonista. Tante persone non sanno nemmeno l'importanza e l'efficacia durante l'anno. Uno pensa "fa la squadra", che poi ultimamente i direttori sportivi non so nemmeno quante squadre fanno perché ora c'è l'allenatore che giustamente deve dire che giocatori vuole, la presidenza che ormai capisce di calcio, mette i soldi e vuole decidere... Quindi è proprio lì che il direttore sportivo riesce a cercare di far collimare gli interessi dell'allenatore con la società, per creare buoni propositi per quest'anno ma avere anche giocatori per il futuro da rivendere, valorizzare ecc. Ma poi durante l'anno deve aiutare l'allenatore a sviluppare il suo gioco, ma anche saper attenuare momenti di crisi che ci sono da vari aspetti del calcio, perché non c'è solo il campo. E quindi cercare di tenere sempre tutti motivati, cercare di essere tutti propensi a raggiungere l'obiettivo nel miglior modo possibile. Il direttore deve avere tante funzionalità, ma con quel bilanciamento che è il termometro della squadra, la deve tenere.
Andiamo sul campo. In questa bellissima intervista che hai rilasciato pochi giorni fa a Gianluca Di Marzio c'è stato un ripercorrere la tua carriera. Torniamo al campo perché prima di tutto c'è scritto nitidamente nero su bianco che non hai ancora deciso fino in fondo di smettere... Sì, sì. Diciamo che proprio l'intervista che è uscita non era nata con quel proposito. Chiaramente ora sono fuori, non ho un contratto, ho avuto qualche interesse però sono stato io il primo a dire "non sto bene fisicamente" o "non è il posto giusto per venire in questo momento". Quindi non sto cavalcando quell'onda lì, ma sto vedendo altre cose da fare. Questo porta a pensare, sia a me che agli altri, che Pavoletti col calcio giocato abbia finito. In realtà mi piace sempre perché mi sto ancora allenando per il bene della mia gamba e sto avendo delle risposte carine. Allenarsi tutti i giorni o due volte a settimana è un'altra cosa, però riconosco che il mio corpo sta meglio e quindi dico: vediamo fino a gennaio se esce qualcosa, un'esperienza di vita, una cosa che mi possa prendere da dentro. Deve essere qualcosa che mi prenda da dentro, un'emozione. Tanto ormai all'inizio magari giochi per l'obiettivo o per i soldi, ora è proprio per riaccendere un fuoco che piano piano negli anni di carriera si è un po' spento chiaramente. Quindi sto cercando quello, tengo uno spiraglio aperto per quello, anche se tutti i segnali della mia testa e del mio corpo mi portano a pensare che Pavoletti nella mia testa sta prendendo un'altra strada.
Ci sono due momenti: questo infortunio con Braglia a Castellammare e poi a Sassuolo, inizi benissimo, c'è qualche incomprensione con Di Francesco, non trovi più spazio... La cosa impressionante è che questi due intoppi corrispondono poi a due stagioni: Varese dopo Sassuolo (24 gol stagionali) e Lanciano (17 gol). Come si esce da... cioè, non è scontato. No, no, e forse è anche il mio bello. Mentre lo vivi non lo sai se stai prendendo decisioni giuste, poi a posteriori ora dico: cavolo, in effetti dopo le mie battute d'arresto più grandi ho sempre avuto poi le grandi risposte che non sapevo nemmeno io di avere. Grandi doti di tempra, di pazienza... l'ho scoperto tutto dopo. Come dicevo in quell'intervista, è come un libro: lo leggi all'inizio e poi lo leggi dopo e capisci più sensi di quello che magari anni fa ti aveva lasciato. Mi accorgo che all'inizio sbagliavo il modo di interpretare il calcio durante la settimana, proprio non ero un professionista al 100%. Pensavo come ti facevano vedere nei film: il calciatore, l'aperitivo... Non ero il peggiore, ma ero uno superficiale, molto superficiale. Andavo al centro sportivo così, per passare un'ora tra amici. Non mi ero calato nella realtà che ero un professionista. Quindi Juve Stabia e poi soprattutto i sei mesi dopo a Casale: gioco, faccio tre gol, niente di che. Finisco l'estate e dico: io molto probabilmente vado a lavorare se non mi sveglio! Quindi proprio un patto personale. Non sapevo nemmeno io di avere quegli strumenti o quella forza. Mi accorgo e ci provo, mi butto senza pensare e dico "il prossimo anno voglio fare...".
E hai cambiato proprio la tua routine? Ho cambiato la mia routine e sono rimasto molto più presente e concentrato sul campo. Il mio focus era solo quello. Prima era "vado al negozio, vado al ristorante, poi ah c'è anche l'allenamento", dopo si era invertito come doveva essere la giornata tipo. Anche il mangiare era diventato in un certo modo, l'aperitivo solo in certe occasioni... Per me in un certo momento ho dovuto dare un bel giro di vite per dire "non è così che si fa il calciatore". È stata la mia forza nei momenti più difficili dopo, perché sapevo che quando sono concentrato posso fare le cose per bene. Ho una prova e degli strumenti che ho risconosciuto di avere.
(Si dirigono verso la tribuna) Il direttore sportivo è in tribuna a osservare la squadra... Sì, che poi vedi, avendo fatto tanti infortuni e avendo visto la squadra tante volte dalla panchina ma soprattutto dalla tribuna, sono sempre stato uno a cui non piace stare durante la partita a contatto col giudizio degli altri. Uno: sono miei compagni di squadra, sento un giudizio negativo e mi fa arrabbiare, mi può cambiare il giudizio su certi giocatori. Ho sempre visto le partite isolato. Pensa che a Cagliari lo sanno in tanti dentro lo spogliatoio dello stadio: a 3-5 metri dal campo c'era uno stanzino con la TV e io mi chiudevo dentro. Guardavo la partita in differita (perché sentivo i boati dello stadio e sapevo già com'era) senza il commento tecnico della televisione. È diverso rispetto a guardarla dal campo, spero prima o poi di trovare la mia postazione. Magari era anche scaramanzia, il Cagliari ha vinto partite in più, ma mi sentivo più utile alla squadra stare lì per non farmi innervosire mentre guardo la partita e provo a capire che consigli dare a fine primo tempo. Il giudizio di un tifoso non è sempre oggettivo, anch'io sono umano e il commento mi può fare innervosire.
Questa cosa è interessantissima... Io ho fatto il corso da match analyst. Se vuoi vedere una partita da professionista devi stare concentrato. Si, vedere una partita da casa, magari ci sono distrazioni. Io entravo in questo stanzino, era un bunker, mi mettevo lì e non avevo distrazioni. Religioso silenzio a guardare. Magari ogni tanto usciva un commento, ma erano commenti che tendevano a favorire la squadra, che non mi facevano innervosire.
Interessantissimo anche perché puoi essere umanamente influenzato e te lo porti dietro come giudizio. Conoscendo i miei limiti devo portare delle correzioni. E' anche perchè scelgo di fare il direttore. Con i giocatori e con gli allenatori devi essere vero e credibile. Siccome spesso esce quello che ho dentro, essere un passo indietro ti fa trovare il modo di dire le cose, senza doverlo dire nell'immediato.
È un vantaggio avere un allenatore senza filtri oppure alla lunga ti porta ad avere scompensi? Credo molto nella verità e nella credibilità di quello che sei. Tante volte penso di dire la verità, ma è la mia verità. Però credo sempre che la mia verità, se la dico perché ci credo, fa credere altre persone. Devi essere credibile agli occhi degli altri. Se io devo arrivare da punto A a punto B e mi invento cose che mi hanno messo in testa altri, mi perdo, perché tutti i giorni al campo esce quello che sei. Non si finge più. Nel bene o nel male devi essere coerente in quello che fai. L'allenatore giusto, il direttore giusto, il presidente giusto deve avere una linea e provare a portarla avanti. Devi essere però coerente.
Sul rapporto con tuo padre... La pressione che in qualche modo hai subito durante la tua adolescenza che però in qualche modo ti ha formato, perché hai sempre reagito bene. Ho una curiosità sul rapporto con tuo padre: quanto poi lo hai elaborato dopo? E quanto si è ripresentata questa pressione a Napoli? Parlando del Napoli hai intravisto le stesse sensazioni, hai detto che avevi perso un po' il focus. Il rapporto con mio padre è molto particolare. È stato molto presente alle partite. Mi ricordo soprattutto il periodo che tutti erano diventati ragazzi e io ero ancora bambino e non riuscivo a fare quasi nulla in campo perché io facevo un passo e gli altri erano più veloci e forti. Finivo queste partite e tornavo a casa: c'era tutto il commento tecnico-tattico di mio padre che era abbastanza pesante. Lui vedeva un fuoco in me. A volte perché non ero riuscito ad entrare mentalmente nella partita, a volte perchè non avevo fatto gol. Quando non ero concentrato o secondo lui non avevo dato il massimo, l'arrabbiatura era più alta. Però era la persona che amavo più di tutti e lui amava me più di tutti. Era anche un lato sensibile. Sapevo che dovevo sopportare quei 15-30 minuti di sfogo psicoanalitico, ma mi avrebbe dato la luna perché ero suo figlio. Ma credo che in certi momenti di quel Leonardo bambino-ragazzo, mi abbia forgiato tanto. Nei rapporti con chi mi urla, io non ho la reazione di scappare o di chiudermi, ma ho la stessa intensità. Mi ha dato questa protezione che serve nella vita. Tante volte mi rivedo in mio padre che in quei momenti ho odiato. A volte mi ha portato dei vantaggi, a volte degli svantaggi. Saper gestire questa rabbia e questo contro impulso. Mi piacerebbe essere più freddo e distaccato, ma al momento non ci riesco. Ci lavoro. Quando uno sa che ha quella debolezza, prova a trasformarla in una piccola debolezza. A Napoli mi ritrovo con una piazza meravigliosa e una passione incredibile. Il livello tecnico era altissimo, mi son trovato da Dio. Fossi stato l'allenatore, Pavoletti stava in panchina perché la squadra giocava in un certo modo che non valorizzava le mie doti di attaccante, ed era giusto così. Mi sono divertito, ho visto come dei campioni preparano le partite, giocano, si allenano. Però lì dovevo andare via perché mi sarei perso io. Tante agevolazioni che non fanno sempre bene. Andare a Cagliari avendo avuto l'esperienza di Napoli mi ha fortificato per tanti momenti che ho vissuto tra alti e bassi. Come una squadra in certi momenti deve fare scudo e unione.
C'è stato qualcuno che hai visto di un altro livello a Napoli? Io sono molto legato a Pepe Reina: era un leader, la persona più buona di questo mondo, ma quando vedeva che la squadra o un singolo partiva per la tangente era lui a rimettere a posto le cose. Poi c'erano tanti ragazzi con qualità diverse. Prendere qualcosina da ognuno di loro, anche le cose umane, ti porti via un bagaglio che fa comodo. Credo sempre che per essere una buona squadra ci debbano essere brave persone. Persone che provano a migliorarsi. Essere un buon compagno io l'ho sempre visto come un valore che deve esserci in una squadra. È sempre stato un valore di cui si parla poco. In un calcio che è sempre più individuale, io credo sempre di più nel gruppo: è uno sport di squadra e vince solo quella.
Che vuol dire segnare al Marassi? La prima volta che entro al Marassi ero in panchina in un Genoa-Fiorentina. C'era lo sciopero del tifo di 10-15 minuti. Inizia la partita, finisce lo sciopero ed entrano in curva bombe, bandiere, cori... io rimasi paralizzato! Dissi: "Mamma mia, ma dove sono?". Mi ha impaurito questa cosa qui! Poi la storia col Genoa è andata bene, sono diventato un beniamino per i gol e per il modo di essere: Genova vuole il giocatore che suda e batte e che faccia gol chiaramente. Queste cose, poi avere Gasperini in panchina mi ha aiutato.
L'hai definito genio. Un genio perché lui ha trasformato il calcio degli ultimi 10 anni. E' un genio perché lo faceva già prima. Quando uno trasforma un modo di giocare, trova correzioni a come giocavano tutte le squadre e le altre squadre copiano da lui, cambia il calcio. Secondo me è geniale, mica tutti ci riescono. Sono stato molto fortunato ad averlo.
Mi hai fatto pensare ad una conversazione che ho avuto con Greco. Non vi siete incrociati al Genoa per pochi giorni, però lui mi ha detto "Gasperini in quel Genoa - una squadra che ambiva a posti importanti - quell'uomo su uomo dava un coraggio a tutta la squadra. Lui diceva di non concentrarsi sulla tattica, ma sul valore del messaggio di quella tattica. Si poi avevi una prepotenza fisica. C'erano ancora 3 cambi, quindi non riuscivi a sopperire come ora. Con tre cambi a un certo punto le squadre al 75' iniziavano a scendere, mentre col suo lavoro, come cani a mordere tutti i momenti, vedevi che le squadre si impaurivano e non ne avevano più. E te che eri lì a martellarli ti divertivi a fare vittorie. Quell'anno si va in Europa, poi ci sono problemi sociatari e va la Samp, ma ti accorgevi che giocavi come in allenamento, era diventato facile ed era tutto merito suo. Un altro aneddoto di giocare a Marassi, lo rivivo tante volte nelle immagini, quando ci andavo da avversario e c'erano dei miei amici che erano la prima volta che entravano a Marassi e cambiavano lo sguardo come iniziava la partita, dicevo: "Cavolo sono stato fortunato ad essere un giocatore del Genoa.
Capitolo Cagliari, che hai definito casa. Che cosa vuol dire essere un eroe per una popolazione? Eroe sportivo... secondo me divento importante. Gol all'ultimo minuto, Bari ecc. Ma divento un giocatore che entra nel cuore dei sardi più per come mi comporto dentro la città.Tutti i giorni vedere un ragazzo come gli altri, ma che riesce a entrare in connessione subito con le persone e andare al supermercato e fai due battute con un signore, poi in edicola. Cagliari non è grandissima. Anche solo salutare la gente mette di buon umore. Tante volte in aereo ci sono signore che hanno paura di volare e dicono: "Pavoletti, ho pensato che tanto non ci poteva succedere nulla perché c'eri tu in aereo!" e io soffro anche l'aereo. Entri nel modo di essere una persona positiva, una persona che 'protegge'. Poi penso di essere stato un buon capitano. Nei momenti difficili non mi sono nascosto, sono rimasto a combattere e a metterci la faccia. Tutti questi aspetti umani ti rendono una persona speciale agli occhi della città. Ti fanno sentire uno di loro e mi sento un privilegiato. Diventi uno di loro perché io sono contento di essere lì con loro. Un giornalista mi diceva "poche volte ho visto qualcuno entrare così nel cuore delle persone". O sei Gigi Riva e hai qualità che madre natura non mi ha dato e quindi fai vincere sul campo. Io l'ho fatto alcune volte, ma non era la mia cosa principale, ma è rendere le persone felici con poco. Rendere una giornata speciale.
Mi dici una cosa tatticamente importante che ti ha trasmesso Ranieri? Con mister Ranieri finalmente erano tornati i cross! Per me era un sogno, solo che ero in una fase della carriera che purtroppo non ero più nel mio prime. Ora nel corso da direttore stiamo vedendo che i cross stanno tornando sempre di più, quindi dico cavolo, non mi conviene smettere. Per lui il modo più semplice per arrivare a tirare in porta era andare sui lati, per la nostra formazione e i giocatori che aveva: c'ero io e Lapadula, se non ci fai stare dentro l'area sei un pazzo! E lui la prima cosa che disse fu "Io ho Pavoletti e Lapadula, faccio cross a tutto spiano". Poi Il progetto di Bari alla fine era quello di tenere lo 0-0 fino al 75'-80' e poi iniziare a buttare cross. Ce lo disse nei giorni prima di preparazione della partita. Quando ti dice una cosa ci credi: la credibilità, l'esperienza, la sensazione che quando vede una cosa è quella. Aveva ragione! Poi poteva farmi entrare un pochino prima, ma aveva ragione anche lì. Secondo me la sua dote più grande è che ognuno in campo, in società e in città fa il proprio dovere per la squadra per raggiungere l'obiettivo. Secondo me solo pochi allenatori e grandissime persone riescono a creare quella credibilità di cui si parlava. Leicester? Ha raccontato qualcosina, però quando è concentrato su una cosa... Per lui il Cagliari era una religione, aveva quella missione e la doveva portare a termine. Ha funzionato molto bene!
