Prandelli: "Spagna esempio da seguire, ma la finale è aperta"

Prandelli: "Spagna esempio da seguire, ma la finale è aperta"TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Sara Mastrosimone
Oggi alle 16:30Altre notizie
di Martina Musu

L'ultimo Mondiale conquistato dall'Italia risale al 2014, quando sulla panchina azzurra sedeva Cesare Prandelli. L'ex Ct ha rilasciato una lunga intervista a giornaledibrescia.it

.Analizzando il torneo, non individua una vera favorita tra Spagna e Argentina per la finale, pur riconoscendo il valore del lavoro svolto dal ct spagnolo Luis de la Fuente, cresciuto all'interno della federazione e protagonista del percorso di sviluppo di molti dei suoi attuali giocatori.

Sul bilancio della competizione, Prandelli esprime alcune riserve.

Prandelli, che impressione si è fatto di questa Coppa del Mondo extra large?

«Non mi ha convinto più di tanto. Ci sono squadre che potevano destare molta curiosità, ma secondo me la formula è da rivedere dando più spazio alle formazioni europee, a maggior ragione se si arrivasse davvero a 64 nazionali. A livello organizzativo invece è stato fantastico con stadi sempre pieni ovunque».

Guardando alla finale tra Spagna e Argentina, l'ex ct ritiene che entrambe meritino di giocarsi il titolo.

Spagna-Argentina, la finale che si aspettava?

«C’erano quattro-cinque squadre che avrebbero potuto arrivare fin qui e queste due erano nel lotto. Se ripenso alla semifinale tra Inghilterra e Argentina, la squadra di Tuchel una volta trovato il vantaggio si è rintanata in area non avendo tra l’altro il giocatore dell’ultimo passaggio e lì sono venute fuori le qualità tecniche e caratteriali dell’Argentina, che risorge ogni volta in cui sembra sportivamente morta. Poi soprattutto c'è questo ragazzino di trentanove anni che di nome fa Messi il quale dopo 90 minuti ti fa ancora un assist in maniera calibrata, perfetta, coi tempi giusti. Questo è il calcio, al di là di tutte le considerazioni che si possono fare da un punto di vista tattico, dei sistemi di gioco: negli occhi di noi tifosi rimangono queste immagini».

Tra gli aspetti che più apprezza c'è il modello adottato dalla federazione spagnola, basato sulla continuità tecnica e sulla crescita dei giovani.

La Spagna ha un allenatore come de la Fuente, "prodotto" della federazione. Argomento a lei caro.

«Questi ragazzi se li è cresciuti lui, anno dopo anno, e la Spagna dovrebbe rappresentare un esempio per tante nazioni. Ritengo ci sia bisogno di ritornare agli allenatori della federazione, perché sono quelli che hanno più possibilità di entrare nell’anima dei ragazzi, creare con loro la giusta empatia, un clima familiare. Per poi dare valore ai giocatori di personalità».

Secondo Prandelli, il successo della Spagna nasce anche dalla coerenza del proprio progetto calcistico.

Quella iberica quindi è una scuola vincente?

«De la Fuente allena i giocatori di oggi da quando hanno dodici anni: si sentono a casa con lui, protetti. E poi in generale la Spagna ha un vantaggio rispetto a tante altre nazioni: il suo calcio è sempre lo stesso, codificato, non l’ha mai cambiato. Fare possesso palla, valorizzare i giocatori nei ruoli a loro più congeniali, dare la possibilità a quelli bravi di dribblare e a quelli che hanno capacità tecniche di metterle al servizio della squadra. Siamo noi invece che continuamente vogliamo cambiare il nostro calcio».

L'ex commissario tecnico ritiene che anche il calcio italiano potrebbe investire maggiormente nella formazione federale.

«Assolutamente sì. Basterebbe trovare un gruppo di quattro-cinque ex campioni del mondo o ex grandi giocatori dando loro la responsabilità di far crescere i giocatori. Lo farebbero con grande entusiasmo, ne sono convinto».

Sulla sfida per il titolo mondiale, Prandelli non vede una squadra nettamente favorita.

Tornando alla finale, c’è una favorita?

«Partono 50 e 50. Sarà interessante capire se l’Argentina cercherà di prendere alta la Spagna, come ha fatto con l’Inghilterra nel secondo tempo. Sarà un braccio di ferro, anche a livello psicologico, qualche episodio potrà condizionare nel bene e nel male. Però di fatto sarà una finale in cui saranno protagonisti il calcio, la tecnica e non i sistemi di gioco».

Infine uno sguardo ai talenti destinati a lasciare il segno nella finale.

Può anche essere la finale di Yamal e Lautaro Martinez?

«Mi diverte pensare che 19 anni fa in uno spot pubblicitario il piccolo Yamal fosse in braccio a Messi... È cresciuto partita dopo partita, ma lo stesso vale per Lautaro».