Ciccio Esposito: "L’arrivo di Zola fu incredibile. Reja fece la differenza"
Ospite del podcast Facci un Giro, Mauro Esposito ha ripercorso alcuni dei momenti più significativi della sua esperienza in rossoblù, soffermandosi sui frequenti cambi di allenatore durante la gestione Cellino, sull'arrivo di Gianfranco Zola e sulla stagione che riportò il Cagliari in Serie A.
Hai parlato dei tanti allenatori avuti con Cellino e nelle tue esperienze successive. Com’è per un calciatore iniziare una stagione con un allenatore e poi ritrovarsi, magari dopo poco tempo, con un cambio in panchina?
"Quando c’è un cambio di allenatore, il giocatore si sente sempre un po’ colpevole, perché vuol dire che le cose non stanno andando bene. Però tante volte le responsabilità non sono soltanto dell’allenatore. L’allenatore è quello che paga più di tutti, ma magari le colpe vanno divise con tutto il gruppo. Cambiare un allenatore dopo la prima giornata di campionato forse era una cosa che poteva fare solo Cellino. Evidentemente qualcosa non aveva funzionato: se prendi un allenatore e dopo una partita lo mandi via, vuol dire che forse non avevi piena fiducia in lui. Però il presidente ha avuto questi colpi. Detto questo, tutti gli allenatori che ha portato a Cagliari erano veramente allenatori bravi".
Dopo un periodo di ambientamento arriva il Cagliari di Ventura. Una squadra importante, con tanti giocatori di qualità, tra cui l’arrivo di Gianfranco Zola.
"Anche noi non ci credevamo. Quando uscì la notizia che poteva arrivare Zola, nello spogliatoio c’erano giocatori che arrivavano due ore prima del solito perché volevano vedere questo campione che stava per arrivare. Io ero sempre uno dei primi ad arrivare al campo, ma quel giorno, nonostante fossi arrivato due ore prima, ero praticamente l’ultimo, perché la curiosità di vedere un giocatore così importante era enorme. Quando lo abbiamo visto entrare nello spogliatoio puoi capire l’emozione che abbiamo provato tutti".
Anche perché magari i più giovani non lo ricordano: Zola arrivò a Cagliari a un’età avanzata, ma era ancora un giocatore fortissimo. Il Chelsea di Abramovich voleva confermarlo, invece lui scelse Cagliari.
"Lì capisci la differenza tra un buon giocatore e un campione. I campioni vogliono essere campioni sempre. Gianfranco è arrivato a Cagliari a 37 anni e sembrava un ragazzino. Arrivava due ore prima al campo con il suo preparatore, si preparava prima dell’allenamento e andava via un’ora dopo perché rimaneva a calciare punizioni. Noi restavamo lì a guardarlo. Questo ti fa capire l’importanza del campione che è stato. Voleva sempre incidere e dimostrare qualcosa, nonostante l’età. Io allora avevo 24-25 anni e pensavo: se lo fa un campione del genere, con questa intensità, come posso non farlo io? È stato un esempio in tutto per quei due anni. Quando magari non poteva allenarsi o quando arrivò Reja, che poi spesso lo sostituiva, far arrabbiare Gianfranco era difficile. Si arrabbiava perché non voleva mai uscire dal campo: voleva sempre essere protagonista".
L’inizio del campionato non fu semplice, poi Cellino cambiò allenatore e arrivò Reja. Cosa ha dato Reja a quel gruppo?
"Prima di tutto bisogna dire che con Ventura non stavamo andando male. Eravamo partiti un po’ così così, ma quando ci fu il cambio con Reja mi sembra fossimo terzi o quarti in classifica. Il presidente ancora una volta ci sorprese: mandò via Ventura e prese Reja. Però lì c’era poco da aggiustare. Reja fu bravo a mettere insieme ancora meglio un gruppo che era già unito, soprattutto fuori dal campo. Ci lasciò abbastanza liberi, non ci mise troppe regole. Il calciatore deve stare bene prima di tutto. Noi eravamo una squadra forte in campo e facevamo partite straordinarie. Il fatto che anche Reja venisse a cena con noi e condividesse momenti fuori dal campo fece la differenza. Poi naturalmente le partite devi vincerle e devi essere bravo, ma avere un gruppo unito, come è riuscito a creare Reja, ci ha permesso di vincere quel campionato".
