ESCLUSIVA TC - LULU' OLIVEIRA: "Come prima punta al Cagliari avrei visto bene Vardy: conosce Ranieri, vede la porta e attacca la profondità. Mazzone mi criticava per il mio look, ma alla fine l'ho convinto a schierarmi titolare a suon di gol"

ESCLUSIVA TC - LULU' OLIVEIRA: "Come prima punta al Cagliari avrei visto bene Vardy: conosce Ranieri, vede la porta e attacca la profondità. Mazzone mi criticava per il mio look, ma alla fine l'ho convinto a schierarmi titolare a suon di gol"TUTTOmercatoWEB.com
venerdì 25 agosto 2023, 16:17Primo piano
di Matteo Bordiga

Quando si parla di Luis “Lulù” Oliveira al tifoso del Cagliari - con almeno qualche capello bianco in testa - tornano in mente i dribbling ubriacanti, le accelerazioni brucianti, i colpi di classe geniali che risolvevano anche le partite più intricate, le punizioni sotto l’incrocio dei pali e, più in generale, quel “futbol bailado” che ha fatto divertire un Sant’Elia che si spellava le mani davanti alle giocate del belga-brasiliano originario di Sao Luís.

Soprattutto, il nome di Oliveira rievoca quella Coppa Uefa del 1993-’94 che è stato forse, al contempo, il punto più alto e la delusione più feroce della storia post-Scudetto del club rossoblù.

Lulù, che gliene sembra di questo Cagliari? Fermo restando che è ancora presto per giudicare in modo definitivo la squadra dopo due sole uscite ufficiali…

“Da quando è arrivato Ranieri l’ambiente è diventato più tranquillo. Il mister ha accentrato su di sé tutte le responsabilità sia nello scorso campionato che all’inizio di quello attuale. Sappiamo che quest’anno l’obiettivo principale è solo uno, e cioè la salvezza. Manca certamente un attaccante per completare l’organico. Io avrei visto bene Jamie Vardy, il bomber col quale Ranieri ha vinto il campionato a Leicester. Lui è una punta molto veloce, ti consente di giocare in profondità e in più vede bene la porta.

A mio giudizio Lapadula non è proprio una prima punta. È vero che ha fatto tanti gol, ma una prima punta tradizionale è Pavoletti, bravo a raccogliere i cross dalle fasce e a far salire e respirare la squadra. L’italoperuviano è un giocatore di movimento, abile a smarcarsi, a girare attorno al centravanti e a portarsi la palla su quel sinistro veramente micidiale di cui dispone.”

Riguardo le ambizioni della squadra, è proprio sicuro che – in un campionato a venti squadre con sole tre retrocessioni – non si possa puntare a qualche posizione più nobile di quelle immediatamente a ridosso della “zona rossa”?

“La salvezza deve essere, diciamo, il primo passo del Cagliari. La prima cosa da ottenere. Certamente una volta raggiunto quel traguardo la squadra non mollerà gli ormeggi, non vivacchierà sull’ottenimento del suo obiettivo iniziale. Continuerà a giocare al meglio delle proprie potenzialità per scalare quante più posizioni possibile e, di conseguenza, tutto quello che verrà in più sarà tanto di guadagnato.

Abbiamo la fortuna di avere un grandissimo allenatore che è molto bravo anche a lavorare sulla testa dei ragazzi, e questo è un grandissimo vantaggio.”

Chi individuerebbe come giocatore-chiave di questa stagione per il Cagliari? E chi invece potrebbe rappresentare la sorpresa in positivo?

“Come giocatore-chiave indicherei Nandez, secondo me un elemento fondamentale. Anche se ha avuto qualche alto e basso e ha pure vissuto qualche vicissitudine legata alla sua permanenza o meno in Sardegna. Ma rimane un punto fermo. Come sorpresa dico Luvumbo: farà bene in questo campionato. È veloce e dribbla benissimo.”

Nandez, sotto alcuni aspetti, può vagamente ricordare il “vostro” Pierpaolo Bisoli, quantomeno per la capacità di sradicare palloni agli avversari e di far ripartire l’azione?

“Direi che sono due giocatori sostanzialmente diversi. Bisoli più che altro ‘martellava’ a centrocampo: nel nostro Cagliari la costruzione del gioco passava soprattutto dai piedi di Herrera, Matteoli e Francescoli. Accosterei Nandez più a Moriero, perché come faceva Checco anche l’uruguaiano giostra sulla fascia, sa dribblare e andare sul fondo. Certo, se vogliamo considerare le doti in interdizione di Nandez e la sua abilità nei tackle e nel recupero della palla l’accostamento con Bisoli in qualche modo ci può stare. Ma io vedo Nahitan più come un tornante d’attacco.”

Lulù, non posso lasciarla senza chiederle un ricordo personale di Carletto Mazzone, il tecnico che l’ha lanciata in Italia. Con lui non sono sempre state rose e fiori, non è vero?

“Come ho spesso sottolineato, lui è stato l’unico allenatore che mi rimproverava per il mio modo di vestirmi, per come portavo i capelli e perché avevo l’orecchino. Le mie camicie sgargianti stile anni Settanta, assieme a tutto il resto del mio look, proprio non gli piacevano. Un giorno Francescoli, che parlava in francese, venne da me e mi disse: ‘Guarda che il mister è arrabbiato con te’. Io gli chiesi: ‘E perché? Cosa ho fatto?’. E lui: ‘Per il tuo modo di vestirti’.

Beh, io mi chiedevo cosa c’entrasse il calcio con il mio abbigliamento. Però devo anche dire che ci fu un periodo in cui Mazzone mi metteva in campo sempre nell’ultima mezz’ora-venti minuti di gara. E io facevo sempre gol. A un certo punto mi disse: ‘Non posso più lasciarti in panchina, perché tu quando entri mi togli le castagne dal fuoco’. E da lì diventai titolare fisso e inamovibile.

Io credo che quando l’allenatore non ti prende in considerazione, non ti “vede” o ti fa giocare poco la tua reazione debba essere quella di darti da fare per migliorare e per colmare tutte le tue lacune. Perché se vieni impiegato poco qualcosa che non va, evidentemente, c’è. Con Mazzone ho fatto così: mi sono impegnato ancora di più in allenamento per dimostrare il mio valore, alla fine l’ho convinto a mettermi in campo e, alla lunga, l’ho ripagato alla grande.

Carletto aveva un modo tutto suo di gestire la settimana. Dal martedì al giovedì ci lasciava liberi, perché poi dal venerdì alla domenica si andava ‘in guerra’. Non doveva volare una mosca e dovevamo essere concentratissimi sulla partita. Lui ci anticipava sempre, nelle riunioni, tutto quello che sarebbe potuto accadere in campo; ci parlava dettagliatamente della squadra avversaria, presentandocela in ogni sua componente tecnico-tattica. Ricordo che quando dovevamo giocare contro il Milan, verso la fine del campionato 1992-’93, ci fece un discorso motivazionale nel quale ci disse che noi, sulla carta, contro quei giganti avevamo già perso. Ma se ci avessimo messo qualcosa in più da par nostro, forse avremmo potuto giocarcela. E infatti non perdemmo, ma pareggiammo per 1-1.

Mazzone era così. All’inizio a me era sembrato poco simpatico, perché le critiche sul mio abbigliamento proprio faticavo a digerirle. Ma finii per accettarle, concentrandomi unicamente sul calcio giocato e sulle qualità che avevo per convincerlo a darmi una chance: il dribbling, la velocità e la freddezza sotto porta.”