NATI IMPARATI
di Vittorio Sanna
Nel calcio italiano sembra che si debba nascere già pronti. Già formati. Già capaci di reggere pressione, aspettative, giudizi, responsabilità. “Nati imparati”, appunto. Nel nostro calcio il tempo dell’apprendimento è diventato quasi un lusso. E invece di essere considerato parte naturale della crescita, l’errore viene spesso trasformato in una colpa. Un marchio. Una sentenza.
Succede ai calciatori. Succede agli allenatori. Si pretende tutto e subito. Risultato immediato, rendimento immediato, maturità immediata. E quando questo non accade, il giudizio diventa feroce, assoluto, definitivo. Un giovane che sbaglia viene rapidamente definito acerbo, inadatto, insufficiente. Un allenatore che fatica all’inizio viene considerato incapace prima ancora di avere il tempo di correggere, capire, adattarsi. Eppure qualsiasi percorso di crescita passa inevitabilmente dagli errori.
Dalle difficoltà. Dalle crisi. Dal tentativo di trovare soluzioni. È lì che nasce l’esperienza.
Ma se non si concede il tempo della soluzione, si impedisce anche il progresso. La pressione societaria, ambientale e mediatica finisce così per seccare i germogli prima ancora che possano diventare piante forti. Si taglia tutto troppo presto. Si cambia troppo presto. Si boccia immediatamente. E allora si cerca il calciatore “già fatto”.
Quello che ha già dimostrato. Quello che rassicura. Quello che possa rispondere immediatamente alle aspettative. Come se il calcio fosse una fotografia e non un percorso. Il paradosso è che questa pressione spesso schiaccia anche i professionisti più affermati. Perché il peso del giudizio continuo produce prestazioni inferiori, insicurezza, paura dell’errore. E la paura è il contrario della crescita.
La storia del campionato italiano è piena di esempi. Dennis Bergkamp venne considerato inadatto al calcio italiano. Mohamed Salah fu lasciato andare quasi come un giocatore incompiuto. Oggi i loro nomi raccontano altro.
E tra gli allenatori il discorso non cambia. Rafa Benitez, tecnico di livello internazionale, in Italia venne accompagnato più dalle polemiche che dalla pazienza.
Luis Enrique, alla Roma, capì subito che il nostro ambiente non concedeva la possibilità di sbagliare. Dopo il primo anno rinunciò persino al secondo di contratto per andare a imparare altrove. Oggi è considerato uno dei migliori allenatori del mondo. E quanti italiani hanno dovuto emigrare per vedersi riconosciuto il proprio valore? Discussi in patria. Celebrati all’estero. Perché l’habitat conta. Conta l’ambiente. Conta il clima che circonda un professionista. Ogni crescita ha bisogno di tempo, fiducia, equilibrio. E invece nel calcio italiano troppo spesso prevale la cultura del sospetto, della polemica immediata, della sentenza quotidiana.
Una cultura che non riguarda solo il calcio. Riguarda il modo in cui osserviamo lo sport. Il modo in cui raccontiamo gli errori. Il modo in cui accompagniamo o distruggiamo i percorsi. Ed è qui che entra in gioco una responsabilità enorme. Di chi insegna nelle scuole. Di chi educa nello sport. Ma anche di chi comunica. Perché le strutture mediatiche preferiscono spesso la polemica veloce, l’esasperazione, il giudizio gridato, invece dell’analisi, della riflessione, della comprensione dei processi.
Si pensa sempre che il futuro dipenda dagli altri. Dai dirigenti. Dagli allenatori. Dai calciatori. In realtà il futuro passa anche dai nostri comportamenti. Dai nostri valori.
Dal modo in cui scegliamo di raccontare e vivere lo sport.
Forse la prima rivoluzione necessaria non è tattica. Non è tecnica. Non è economica.È culturale. Noi per primi. Ciascuno di noi. I primi che possono capire che sbagliare non è una colpa. E che agli errori c’è sempre un rimedio. Una correzione. Un progresso. Quella che si chiama CRESCITA.
