ESCLUSIVA TC - Il morso del Cobra: Tovalieri a 360°, dallo spareggio di Napoli al Cagliari di oggi
«Si è mossa un’Isola. Tante briciole di un’Isola sparse per l’Europa oggi sono radunate qui al San Paolo».Con questo incipit, Vittorio Sanna, all’epoca per le frequenze di Sintony, ci introdusse nella bolgia partenopea, il 15 giugno 1997. Annata a 2 facce per il Cagliari: dopo la scellerata gestione Perez, che lasciava in panchina Muzzi a beneficio di Romero, anche Mazzone dovette passare per un breve rodaggio prima di inanellare risultati costanti. La malasorte sembrava accanita: gli infortuni fecero concludere la stagione precocemente a Banchelli e Bisoli.Girone di andata disastroso: la miseria di 12 punti, tanto che non bastò un ritorno da media Uefa per scongiurare la retrocessione, malgrado una prodigiosa rimonta di 7 punti sul Piacenza. Sugli spalti il duello è tutt’altro che equilibrato: 20 mila Sardi contro 3 mila Emiliani. Ma il verdetto del rettangolo verde ,ahinoi, venne soverchiato. Nonostante tutto, Tovalieri è rimasto nel cuore dei tifosi, e con piacere riavvolge in esclusiva per TuttoCagliari il nastro dei suoi intensi 5 mesi a Cagliari.
Cobra, il saluto in lacrime ai 20 mila tifosi rossoblù, sotto la Curva A del San Paolo.
Domenica triste, anche perchè eravamo riusciti a ottenere una rimonta portentosa sul Piacenza. Tenevamo tanto a regalare una gioia a quella marea giunta da Cagliari (ma anche tanti Sardi della Penisola, addiritura dalla Germania, n.d.r.) per sostenerci, ma non ci siamo riusciti. Andare a ringraziarli l'ho ritenuto doveroso, visto l'attaccamento e l'appoggio che ci hanno dato durante il campionato.
Due «romani» trascinatori di quel Cagliari: Tovalieri di Ardea, Muzzi di Morena.
Il nostro legame è molto stretto ancora oggi, io alleno gli Allievi della Roma, Muzzi i Giovanissimi. Ci vediamo tutti i giorni, andiamo spesso a cena insieme. Ogni tanto ci raccontiamo le nostre storie. Un rapporto che va al di là del lavoro professionale, perchè siamo uniti da una forte amicizia.
Alla guida di quel cagliari, ancora un romano doc, Carletto Mazzone.
Per me una persona molto importante. A livello umano mi ha insegnato tante cose. Mi ha messo nelle condizioni di rendere al massimo fino a giugno, in condizioni fisiche eccellenti. Faceva esercitazioni personalizzate con noi attaccanti, questo ci consentiva di scendere in campo nelle migliori condizioni. Ha dato un grande contributo all'intero mondo del calcio.
Sandro, hai giocato con Bruno Conti, e hai conosciuto Daniele bambino, oggi Capitano del Cagliari.
Bruno è il mio responsabile del settore giovanile, oltre ad averci giocato assieme alla Roma nella stagione 85-86. Persona molto competente, che ha fatto molto bene in questi anni, lavorando al settore giovanile coi ragazzi. Persona squisita, che cerca di metterti tutto a disposizione. Daniele è un grande giocatore, lo aveva già dimostrato quando era giovane. Ha trovato a Cagliari la consacrazione, dove è una bandiera, ha raggiunto traguardi importanti. Se lo merità, perchè è anche un bravissimo ragazzo. Peccato non averlo visto giocare qui a Roma, perchè ha tutte le componenti per fare bene anche in questa città.
Una tua presenza in panchina l'anno del secondo Scudetto giallorosso, panchina in cui sedeva Nils Liedholm.
Figura importante per me, a soli 16 anni mi portò in panchina l'anno dello Scudetto, un'emozione unica. Intravedeva in me delle qualità, che poi si sono rivelate azzeccate. Un grande maestro di calcio, ha insegnato tanto qui a Roma. Con lui ci siamo tolti soddisfazioni immense. Grandissimo allenatore e grande uomo.
Quell'anno hai avuto modo di apprezzare da vicino un altro grande: Ancelotti.
Amicizia che dura ancora oggi. Grande giocatore. Sono contento che si sia affermato come allenatore; si vedeva già in cmpo che aveva tutte le carte in regola per diventarlo. Alla fine sono i risultati a testimoniare il suo grande successo. Un peccato non vederlo in Italia perchè ha preso altre strade, però speriamo di riaverlo presto.
Gli anni in cui giocavi nella Primavera della Roma, spiccava il talento di Giuseppe Giannini.
Grande giocatore. Ha fatto cose importanti qui a Roma. Da allenatore ha ottenuto risultati altalenanti, ma ha dovuto spesso fare i conti con condizioni precarie di lavoro. Tuttora ci frequentiamo spesso.
Nel '97, pareggiammo 0-0 contro la Juventus. Ma fu Tovalieri ad andare vicinissimo al gol, su traversone di O'Neill, nel primo tempo, sotto la Curva Sud.
Fu un'occasione clamorosa. Paradossalmente è stato dannoso aver colpito il pallone in pieno. Se il tocco fosse stato lievemente sporco quasi sicuramente enrava. Non meritavamo nel complesso di retrocedere, dopo un recupero difficile di 7 punti sul Piacenza. Con gli acquisti di gennaio, la squadra divenne più competitiva, la sconfitta di Napoli ci ha tagliato le gambe.
Cosa ha portato di nuovo Luis Enrique al calcio italiano?
Un allenatore diverso dagli altri. Ha portato una ventata di calcio nuovo. Si ispira ad alcune idee diffuse in Spagna, come il possesso palla finalizzato a offrire diverse soluzioni d'attacco. È molto preparato. Ha avuto delle difficoltà, ma gradualmente, col suo staff e tutto l'ambinte, e gli stessi giocatori, che gli sono stati vicini e lo hanno ascoltato, sta costruendo un buon lavoro. Bisogna vere pazienza, perchè quando si allenano i giovani, in una società importante come la nostra, il tempo è necessario.
Viste le tue indiscusse qualità, sei mai stato vicino a una grande squadra?
Sono stato vicino al Milan allenato da Capello nel '97,quando giocavo nella Sampdoria, ma avevo già firmato per il Perugia.
Qualche rimpianto?
Sono contento di quello che ho fatto. Forse avrei meritato di giungere a una squadra importante, ma forse è stato un bene rimanere in provincia, perchè nelle big trovi tanti campioni e gli spazi per giocare si riducono. Cosi invece ho avuto lìopportunità di esprimere il mio valore, e togliermi grandi soddisfazioni.
Una curiosità: raccontaci come è nata la pittoresca esultanza del «trenino» quando giocavi nel Bari.
Nasce da un'idea di Guerrero, ragazzo colombiano, che portò questa novità. Cominciammo a farlo in allenamento, per proporlo poi anche in campionato. Un modo carino di esultare, che nel giro di poco tempo ha coinvolto tutta la città, dove è rimasto famoso.
Il tuo addio al Cagliari fu traumatico. Secondo Radiomercato volevi un biennale, Cellino rispose picche per un calciatore di 32 anni. Adesso, 15 anni dopo, ci vuoi svelare la verità su come realmente andò?
Non si trattava di biennale, triennale, annuale. La mia intenzione era rimanere al Cagliari. Malgrado la retrocessione, mi legava un rapporto affettivo con la città. Volevo subito riconquistare la promozione in serie A. Poi arrivò l'offerta della Sampdoria, e la società decise di liberarmi. Ma non ci sono stati contrasti. Con Cellino è rimasto un bellissimo rapporto. Non si trattava di un biennale. Ha influito anche la lontananza di Mazzone, che non rimase. Con lui ho un rapporto speciale. Tanto che quando si parlò di un suo possibile ritorno, ho bloccato il contratto con la Sampdoria, perchè mi son detto «se Mazzone torna al Cagliari, torno anch'io». Alcune bugie sulla vicenda sono state raccontate.
